Domenica 20 Ottobre 2019 - Anno XVII
Tioman, benvenuti in Paradiso

Tioman, benvenuti in Paradiso

Per secoli la sua sagoma inquietante ha fatto da guida ai commercianti arabi e cinesi che ne incrociavano le acque. Oggi Tioman, perfetto connubio fra mare e giungla, interpreta con successo l’ideale di isola tropicale

Se c’era e cos’era all’inizio del mondo, nessuno può dirlo con precisione. Come tutte le isole del

Tioman Monky Beach

Tioman Monky Beach

lontano oriente, luoghi dove mito e mistero trovano terreno fertile e sono strettamente intrecciati con la realtà, anche attorno a Tioman aleggiano suggestive leggende. Ne esistono tante, ad alcune manca l’inizio ad altre la fine, a volte vengono arricchite da particolari fantasiosi propri delle credenze popolari. Dipende dal narratore.

Nata da un anatema

TiomanUna di queste storie racconta le avventure di due musulmani, Osman e il suo mentore Syed Abdul Rahman i quali, dalla Cina, decisero di salpare verso occidente per conoscere nuove terre e diffondere la fede islamica. Dopo giorni e giorni di navigazione, quando la loro nave si trovava al largo della costa orientale malese, il malvagio capitano cinese uccise il povero Osman, responsabile, a suo dire, di attirare su di loro le ire degli Dei. Prima però che il capitano potesse gettare in mare il corpo di Osman, intervenne Syed Abdul, supplicandolo affinché gli venisse concesso di salutare l’amico con la tradizionale cerimonia tipica dei funerali di mare. Mentre vegliava pregando per l’anima del defunto, Syed Abdul pensò che, se Osman era stato un buon musulmano, allora la sua morte ingiusta e prematura sarebbe stata ricordata per sempre e lanciò un’anatema: il corpo dell’amico si sarebbe trasformato in roccia e la stessa sorte sarebbe toccata a chiunque fosse passato in quelle acque. E così fu. Nel punto dove il defunto fu gettato in mare emerse un’isola a immortale testimonianza del triste fato di Osman. Questa, secondo la leggenda, è l’origine di quest’isola affascinante.

Arabi, cinesi ed europei: tutti a Tioman

Tioman Aeroporto

Tioman Aeroporto

Più affidabili sono certamente le notizie che compaiono nei diari di bordo dei commercianti arabi che per primi citarono Tioman, circa duemila anni fa, come “un posto chiamato Betumah che offre buoni approdi e sorgenti d’acqua dolce a chiunque ne abbia necessità”. In seguito venne utilizzata come scalo anche dai cinesi; a testimonianza i vasi del periodo Ming ritrovati nelle caverne dell’isola. Del resto che quest’isola dovesse diventare un crocevia di mezzo mondo era scritto, se non nella storia, sicuramente nella sua geogafia: le navi provenienti da Cina e Giappone giungevano qui guidate dai venti, per poi proseguire verso India e medio oriente. Cinquecento anni dopo arrivarono gli europei. I primi furono gli esploratori portoghesi, poi gli olandesi, e infine giunsero i marinai di Sua Maestà britannica, spinti dagli interessi della Compagnia delle Indie Orientali, allorché estesero il loro dominio su tutta la penisola malese, durato fino a cinquant’anni fa.
Da allora Tioman non ha più avuto visitatori ed è tornata a riposare nell’anonimato fino a che, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, la sua inaccessibilità e il suo aspetto poco ospitale non hanno risvegliato la curiosità di viaggiatori più avventurosi, disposti a sfidare le incertezze di un viaggio di quattro ore, dal porto di Mersing, a bordo di traballanti traghetti in perenne ritardo. Oggi Tioman è decisamente più accessibile: il viaggio via mare non è più così estenuante da quando, ai vecchi barconi da pesca, sono stati affiancati nuovi traghetti veloci che impiegano due ore e, soprattutto, da quando è stato aperto un minuscolo aeroporto – una semplice striscia di asfalto in mezzo a due vallate – sufficiente comunque per i piccoli bimotore provenienti da Singapore e Kuala Lumpur.

Isola spettacolare

foto-Ferrazo

foto Ferrazo

“Selamat datang ke Pulau Tioman”: “benvenuti all’isola Tioman” si legge su un cartello posto appena fuori l’aeroporto, che sotto precisa: “una delle dieci isole più belle del mondo”, secondo una classifica stilata qualche anno fa dalla Magnum Press di Ginevra. La realtà non è poi così lontana se si pensa che nel 1958, il carrozzone hollywoodiano venne fin qui per girare alcune scene del film “South Pacific”.
Che si tratti di un’isola assolutamente spettacolare sembra confermarlo il crescente interesse da parte del turismo internazionale. Infatti, fino a pochi anni fa, la maggior parte dei circa mille e seicento abitanti di Tioman dipendevano per la propria sussistenza dalla pesca e dalla raccolta delle noci di cocco; ora queste attività sono state rimpiazzate dal turismo. Durante l’alta stagione, che va da aprile alla fine d’agosto, l’isola si riempie soprattutto di malesi e trovare una sistemazione può risultare complicato nonostante il numero dei visitatori sia decisamente inferiore rispetto a quello di altre regioni del sud-est asiatico. Ma quasi deserta, perlomeno da novembre a gennaio, lo rimane un po’ ancora oggi, quando il cielo si vela di nubi liberando violenti scrosci di pioggia e il mare si gonfia di onde sollevate dai venti. Sono i monsoni.

Tioman delle “acque”

Tioman-giunglaDurante questi tre mesi i pescatori malesi, che vivono nei piccoli villaggi della costa, mettono da parte le reti, attraccano le imbarcazioni e si ritirano nelle loro case di legno per dedicarsi ad altre attività, in attesa che cambi il vento. Poi, da febbraio, quando il vento cala, ritornano in mare e tutto rinasce come prima, come se il tempo non fosse passato. Non che la pioggia rimanga un lontano ricordo, tutt’altro, è una costante di quest’isola. Tioman trasuda acqua; e spesso non piove, diluvia. In dodici mesi qui cadono fino a cinque metri di pioggia. Anche durante la stagione secca il tempo è imprevedibile: al termine di una gloriosa notte di luna piena può splendere un sole implacabile o infuriare un ciclone. Al di là di tutto, comunque, la pioggia non sembra influire più di tanto sui rituali della vita quotidiana: sotto gli acquazzoni la gente non corre, cammina; i cani dormono e i bambini continuano a giocare. Forza dell’abitudine.
E’ proprio grazie alle abbondanti precipitazioni che Tioman ha una vegetazione così rigogliosa. Su questo scoglio vulcanico di duecentoventi chilometri quadrati, dalle cime a pan di zucchero pressoché inaccessibili, la fitta foresta ricopre tutto: dai picchi più alti scende fino al mare.
E’ una presenza invadente, quasi ostile, che sembra non voler lasciar spazio all’uomo. Soprattutto è una presenza “viva”. Naturalisti e botanici dell’Università della Malaysia, dopo un’approfondita ricerca condotta sull’isola, hanno affermato che Tioman ospita ventisette specie di mammiferi, trentasette di uccelli, ventiquattro specie di pesci d’acqua dolce e ventisette di rettili; con un altissimo livello di endemismo. Per accorgersene basta seguire il “jungle track”, l’unico sentiero segnalato che attraversa l’isola da ovest a est, da Tekek a Juara. Tekek, dove si trova l’aeroporto, è il villaggio principale dell’isola; c’è la banca, un ufficio postale accanto al municipio, e qualche abitazione. Tekek è tutta qui.

Sulle gobbe dell’isola

Juara-center

Juara

Il percorso inizia circa un chilometro a nord del molo e, superata la moschea, si inerpica tra un intrico di vegetazione umida per poi proseguire sotto una volta di alberi altissimi. E’ una foresta antica, popolata da farfalle e uccelli, che risuona dei gridi delle scimmie; se non si fa troppo rumore è possibile scorgerle mentre, in piccoli gruppi, fanno fremere i ciuffi più alti degli alberi alla costante ricerca di cibo.
Il terreno è un tappeto di felci e muschi, solcato dai rigagnoli d’acqua creati dalle piogge torrenziali prima di giungere in mare. La marcia, in salita e tra un’umidità infernale, segue il corso di uno scrosciante torrente fino al punto più elevato, in mezzo a pinnacoli di roccia. Poi, a circa metà cammino, con i vestiti appiccicati alla pelle, inizia la discesa tra distese di palme da cocco, piantagioni di caucciù e qualche casa.
Occorrono circa tre ore per arrivare fino a Juara ma lo sforzo sarà largamente ripagato: Juara sorge al centro di una baia spettacolare: il mare ha un colore indescrivibile e dopo l’estenuante traversata, non si può resistere alla tentazione di un bagno rinfrescante. Juara è un vero paradiso per chi ama la tranquillità e desidera respirare l’atmosfera serena dei “kampong” (villaggi) malesi: qui vive una piccola comunità di pescatori; sparsi qua e là tra le palme, qualche bungalow e un paio di ristoranti.
Alcuni stranieri giunti quaggiù per un periodo di vacanza si sono innamorati a tal punto del posto che hanno comperato una casetta di legno, l’hanno dipinta con colori vivaci e si sono fermati a vivere in questo mondo senza tempo. Sono francesi, tedeschi, australiani; ora nessuno fa più caso a loro, è come se vivessero qui da sempre.

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