Lunedì 24 Febbraio 2020 - Anno XVIII
L’ultima delle “vergini” venezuelane

L’ultima delle “vergini” venezuelane

Dimenticate le strade malconce della terraferma, sull’Isola della Tartaruga, tra sabbia bianca e aragoste giganti, si apre un paradiso tropicale ancora poco frequentato. La sua scoperta nel 1499 si deve a Alonso de Ojeda, Amerigo Vespucci e Juan de la Cosa

Tortuga Un'aragosta gigante pescata nelle acque intorno all'Isola della Tartaruga

Un’aragosta gigante pescata nelle acque intorno all’Isola della Tartaruga

Visionato ciò che può attrarre il viaggiatore nell’area urbana e lungo la costa caraibica di Barcelona, la ricerca di ulteriori conoscenze impone di scegliere se puntare a nord, volando o navigando, o dirigersi a sud. Nel secondo caso si tratterebbe di viaggiare in auto a Ciudad Bolìvar, sull’Orinoco, porta d’ingresso a quel prodigio della “naturaleza” che sono la Gran Sabana e il Canàima. Ma ci sono problemi per recarsi in auto alla storica (un quartiere “coloniale” piccolo ma ben curato) città dedicata al Libertador, fino agli anni Quaranta dell’Ottocento chiamata Angostura; e lì, minivicenda da storia di serie B ma pur sempre curiosa, il doktor Johann Siegert, ufficiale medico prussiano finito nel Venezuela per dare una libertaria mano agli insorti di Bolìvar, inventò un forte amaro, appunto chiamato “angostura”, che tuttora costituisce un canonico ingrediente nella preparazione dei cocktail. Come tanti altri aspetti “selvaggioni”, laddove si intende precarietà o estrema semplicità di servizi e strutture, nel Venezuela nemmeno le strade brillano per eccellenza, tant’è che chi deve percorrere i trecento chilometri tra Ciudad Bolìvar e il Caribe, può forse sapere a che ora sale sull’auto (sempre che non viaggi con un venezuelano o più in generale con un sud americano, gente che se si parla di orari e puntualità risponde vagamente con il canonico “ahorita”) ma per certo non sa, tra buche, polvere, orrido asfalto quando c’è e precaria segnalazione, a che ora arriva.

Isla Margarita? Islas Los Roques? No. Alla Tortuga!

Tortuga Tortuga, vista satellitare

Tortuga, vista satellitare

Meglio pertanto andar per mare, preferendo un motoveliero al miniaereo, da queste parti usato come un taxi; per spostarti bastano un colpo di telefono e una striscia di terra dove venirti a prendere. E senza aver nemmeno preso in considerazione l’isola Margarita, ormai “out” (paradigmatico, per capire come si è ridotta, lo stato del traghetto collegante Porlamar con Puerto la Cruz e gli improbabili turisti che trasporta) si decide di dirigere la barca verso quella che – dopo che anche Los Roques sta divenendo una meta un po’ troppo frequentata – non è esagerato definire l’ “ultima spiaggia” o se si preferisce l’ultima “isola vergine” del mare perlustrato da Colombo & C.: la Isla Tortuga. Sempre di tartaruga si tratta ma, a parte l’omonimia linguistica, la Tortuga venezuelana non ha niente a che vedere con la francofona Tortue dalle parti di Haïti; e tra le due ipotesi sull’origine del nome è più accreditabile quella che fa riferimento alla presenza di testuggini piuttosto che – non possedendo velivoli per vedute aeree, coloro che le battezzarono e stante una precaria cartografìa – alla spiegazione basata sui contorni somiglianti a una tartaruga. E se mai si procedesse a un gemellaggio tra le due isole Tartaruga, l’unica comune affinità elettiva sarebbe costituita dai (probabili) trascorsi soggiorni dei soliti Pirati, Bucanieri, Corsari o Filibustieri (detti pure, più leggiadramente) Fratelli della Costa. La vicenda di questi “ladroni dei mari” fu però tanto lunga, importante ed estesa nello spazio, da ritrovarsi oggidì inflazionata, e pertanto contiene uno spuntato “appeal turistico”. Non c’è infatti isola che non vanti ed ostenti una spiaggia di Morgan, una grotta di Morgan e un immancabile tesoro di Morgan, nascosto chissà dove.

Isola fortunata e … quasi disabitata

Tortuga

La spiaggia

Ma con o senza bandiere nere con teschio e tibie, la Tortuga ammalia e seduce, per tanti motivi. In primo luogo per la preservata “naturaleza”: spiagge infinite di sabbia, quasi cipria dal bianco accecante, che va a confondersi con l’azzurro turchese di un limpido mare; paesaggi e panorami di grande bellezza che oltretutto cambiano di intensità e toni con il transitare del sole. Tanto ben di dio, per gli occhi e per chi cerca un giusto relax, è dovuto a una sorta di (lodevole) protezione dell’isola esercitata dalle autorità venezuelane. Si parla di un posto (non piccolo, centonovantaquattro chilometri quadrati, venticinque chilometri da est a ovest, nove da sud a nord) semideserto, con una presenza umana circoscritta a due mini villaggi di pescatori con precarie abitazioni in legno e lamiera. Quello principale conta persino su uno sparuto avamposto della Guardia Costiera e può vantare la Posada o Rancho della loquace Maria Eugenia. In tutto, una “popolazione globale” che va dalle otto alle nove persone da maggio a ottobre, fino a un massimo di trenta nel resto dell’anno. Un boom demografico dovuto alla presenza di pescatori stagionali, attirati dalla generosa presenza di pesci e crostacei (accade sovente che gli aerei-taxi, da cinque, massimo sette posti, dopo essere atterrati da Puerto la Cruz a Caracas, scarichino turisti e imbarchino aragoste dalle dimensioni persino inquietanti). Il resto dello shopping di “pescado” e “langostas” è poi completato dai più o meno ricchi gitanti che in occasione di ponti o festività turbano un filino l’immensa quiete dell’isola, sbarcando da lussuosi yacht e motoscafi in arrivo da Puerto la Cruz (a poco più di cento chilometri dalla punta orientale della Tortuga, leggermente superiori le distanze da Porlamar, capoluogo della Isla Margarita e dalla costa di Caracas).

Tortuga, vita senza smog e “jumbo aragoste”

Tortuga

Più o meno mezzo secolo dopo la scoperta, nell’isola comparvero gli olandesi per dar vita allo sfruttamento delle saline nella zona orientale; per ministoria che sia, questa vicenda conferma ulteriormente l’incredibile vocazione a viaggi e commerci di questo piccolo popolo che inventò enormi possedimenti coloniali. Ma nel 1631 il Gobernador della costiera Cumanà decise che non era onorevole la presenza di stranieri su un’isola che non poteva non appartenere all’Impero spagnolo, eppertanto con un “valiente” blitz compiuto da un “tercio” armato di picche e alabarde si impossessò della Tortuga. Che divenne venezuelana con l’indipendenza voluta da Bolìvar e nella seconda metà dell’Ottocento fu inserita nell’arcipelago Colòn dopodiché, dal 1938, entrò a far parte delle Dipendenze Federali. Una storia pertanto non lardellata di grandi eventi ma che comunque può fare a meno, che abbiano o no frequentato l’isola, dei (soliti) pirati menzionati nei dèpliant di viaggi.Giunti ai nostri giorni, non si sa come (ma lei ammicca e commenta in buon romanesco, appreso durante un lungo soggiorno nell’Urbe) Maria Eugenia è riuscita a far sì che a Caracas i legislatori del Socialismo Balivariano “chiudessero un occhio” sul divieto di invasioni turistiche nella Tortuga e fu così che sulla più bella delle spiagge ha allestito la già citata Posada o Rancho “Yemayà”, sette “habitaciones” rese accettabilmente confortevoli dall’acqua dolce di un desalinatore alimentato da un gruppo elettrogeno. E il viaggiatore che a cena si ritrova sul desco una jumbo aragosta, non si spaventi più di tanto per il conto (soprattutto se pagherà in “nero”).

Si vorrà invece preoccupare se – come accade ai tanti che hanno metabolizzato il logorio della vita cittadina – sentirà la mancanza di smog, rumori, polveri sottili, tram e semafori. Perché a la Tortuga, ahilui, non ci sono. (seconda parte – fine)

Scoperta da Ojeda e Vespucci, “disegnata” da Juan de la Cosa

Tortuga La posizione dell'Isla Tortuga nel Mar dei Caraibi

La posizione dell’Isla Tortuga nel Mar dei Caraibi

La Tortuga incuriosisce inoltre perché nonostante le accennate dimensioni, non si tratta di un atollo; risulta oltremodo piatta, con una “montagna” che non arriva a cinquanta metri. Non hanno quindi torto i naviganti che denunciano fatica nell’avvistarla e un plauso vada agli Indios della terraferma, eccellenti navigatori su piroghe o non meno precarie altre imbarcazioni, se mai fosse valida la teoria che non esclude la loro presenza in tempi pre-colombiani. Tanto piatta morfologia fa pure meditare e assegna al Mar dei Caraibi, o delle Antille che sia, una sorta di primato nella differenza tra le sagome e i profili delle isole che ospita. Basti pensare, paragonate a Tortuga, alle molte montagnose isole delle Piccole Antille, un tempo veri e propri fari nella navigazione di galeoni e cutter. La suesposta, incerta presenza di Indios pre-colombiani, suggerisce di datare l’inizio della storia della Tortuga alla sua scoperta, avvenuta nel 1499 da parte di un terzetto di fantastici uomini di mare. Alla testa di esplorazioni di poco posteriori alle spedizioni di Colombo, chiamate chissà perché viaggi minori o andalusi, le coste del Venezuela e le isole che le fronteggiano furono infatti visitate congiuntamente da Alonso de Ojeda, celebre Conquistador e governatore, dall’eccellente navigatore Amerigo Vespucci e da Juan de la Cosa, magnifico cartografo nonché autore del primo mappamondo. Dal che si evince che la Tortuga non avrebbe mai potuto sognarsi più nobili e preclari padrini di battesimo.

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