Giovedì 6 Maggio 2021 - Anno XIX
La natura e l’uomo, dal Kopacki Rit a Vukovar

La natura e l’uomo, dal Kopacki Rit a Vukovar

Pochi anni orsono nomi geografici come Slavonia, Osijek o Vukovar si udivano quotidianamente al telegiornale. La guerra nell’ex-Jugoslavia li aveva resi tristemente famosi. Ora la vita sta riprendendo piano piano la sua normalità, le ferite degli uomini e degli edifici si rimarginano lasciando vistose cicatrici. Solo la Natura è esplosa tornando rigogliosa come un tempo

Il castello di Tikves
Il castello di Tikves

 

Immerso in un mare di querce, nel cuore del Kopacki Rit, c’è il castello di Tikves. Solo il rumore del vento tra il fogliame e quello dei passi rompono la quiete immobile che vi regna attorno. Un luogo di favola, circondato dalla pace e dal verde. Costruito alla fine del diciannovesimo secolo come padiglione di caccia degli Asburgo, questo edificio di mattoni rossi e pietra bianca, almeno in passato, è sempre stato legato all’attività venatoria e alla guerra. Bruciato durante la Prima Guerra Mmondiale, fu ricostruito per volere di re Alessandro I di Jugoslavia, anch’esso abile cacciatore. Ultimo ospite illustre fu il Maresciallo Tito, fervente doppietta, che ne fece una delle sue residenze dopo averlo nazionalizzato. In quegli anni venne aggiunta una dependance in stile modernista che fa a pugni, esteticamente parlando, con il corpo principale. Nel 1991, appena prima dell’inizio della tragica guerra nella ex-Jugoslavia, Slobodan Milosevic e Franjo Tudjman si incontrarono in questo stesso castello. E qui decisero di spartire la Bosnia tra Serbia e Croazia. Poco distante da Tikves, in Slavonia, la regione croata tra Serbia, Ungheria e Bosnia, si ebbero i primi scontri che portarono allo scoppiare del conflitto.

Pericolosi residuati in un ambiente incantato

Kopacevo, terra di acqua e vegetazione
Kopacevo, terra di acqua e vegetazione

Tikves è al centro del Kopacki Rit, un parco naturale che copre la pianura alluvionale a nord della confluenza con la Drava. Un dedalo di canali, argini, stagni, isolotti popolati da migliaia di uccelli e animali. Un ambiente unico, una natura incontaminata, che contrasta con quello che è accaduto una decina di anni fa. Anche qui, a volte, si notano i cartelli che indicano la possibile presenza di mine antiuomo lasciate durante l’ultima guerra. Lo splendore della natura si contrappone alla stupidità umana. Ora nel parco, a Kopacevo, c’è un centro visitatori che organizza escursioni in barca. È possibile fare passeggiate per osservare le gli uccelli che qui nidificano a migliaia e incontrare un alce che ci osserva con noncuranza prima di sparire tra gli alberi. È un’altra dimensione, dove la natura con i suoi ritmi torna a essere padrona del territorio. O quasi. Una guida spiega che i cartelli che indicano la presenza di campi minati nelle paludi del parco probabilmente sono stati messi solo per avere maggiori finanziamenti per la bonifica dalle mine. L’area del Kopacki Rit per sua natura non è facilmente percorribile, con i suoi pantani e la fitta vegetazione che, per regolamento, non subisce mai l’intervento dell’uomo. Quando un albero muore viene lasciato cadere a decomporrsi naturalmente.

 

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Una zona di frontiera

Donne intrecciano peperoncini
Donne intrecciano peperoncini

La bellezza lussureggiante della foresta fu probabilmente anche un ottimo ricovero per i famigerati paramilitari serbi, tra cui le brutali Tigri di Arkan, uno dei gruppi di nazionalisti serbi più temuti per la loro ferocia, che proprio a Tikves avevano uno dei loro campi di addestramento. Si dice anche che nel bosco, tra le querce centenarie dove si cela mansueto il castello, siano state sepolte alcune delle prime vittime degli scontri etnici tra serbi e croati. La natura, ora, s’impone su questo oscuro passato e anche l’uomo ha ricominciato a vivere diversamente in questi luoghi. Il castello è stato restaurato, poco lontano vi è un ristorante specializzato in cucina tipica e selvaggina. Ai muri sono appese alcune immagini scattate da Isabella d’Asburgo, appassionata fotografa che documentano la vita della Slavonia verso la fine del XIX secolo e rimandano il visitatore indietro di oltre un secolo, saltando l’insanguinato Novecento. Questa regione è sempre stata zona di frontiera, fin da quando i Turchi risalirono lungo la penisola balcanica. Nel XVII Secolo l’impero Austroungarico creò la Kraijna della Slavonia, parte della cosiddetta “frontiera militare”, una sorta di cuscinetto tra l’Islam turco e il Cristianesimo austriaco che si allungava dall’attuale Vojvodina in Serbia verso ovest fino alla punta della Bosnia. La Kraijna scomparve a fine Ottocento, inglobata dal regno di Croazia, uno dei satelliti dell’Impero Asburgico Infine divenne parte della Jugoslavia di Tito. Con lo smembramento, la Slavonia è tornata ad essere frontiera e le rive del Danubio, che la attraversa, sono state nuovamente insanguinate.

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