Martedì 2 Marzo 2021 - Anno XIX
In Nepal tra gli Sciamani

In Nepal tra gli Sciamani

Sulle tracce degli adepti del dio Shiva quasi a quattromila metri d’altezza in compagnia del Dottore, mezzo etnologo e mezzo hippy. Tra riti antichissimi e ancestrali paure in compagnia del più vecchio e rispettato degli sciamani che alle domande un po’ scettiche dell’uomo bianco risponde: “Venite e vedrete”

Kathmandu
Kathmandu

Assenze Asiatiche” di Wolfgang Büscher, edito da Voland, è un libro che si compone di cinque racconti-reportage. Noi vi presentiamo un estratto del capitolo dedicato al Nepal dal titolo “Tra gli sciamani”. Büscher è uno scrittore che osserva con l’occhio dell’antropologo ciò che accade nel mondo.

Mentre butto giù queste righe, la pioggia batte alla finestra e la sera scende in fretta. Sul tavolo c’è una ghirlanda di duri frutti marroni raggrinziti, mi viene in mente di nuovo: cervelli rinsecchiti di uccelli. Ogni tanto la prendo in mano – pesa abbastanza – e allora rivedo Indra, che me l’ha regalata. Il suo volto, sempre più scuro mentre il tamburo rimbomba e il rimbombo lo trascina via con sé. È la sua ghirlanda. La indossava in quelle notti, avvolta due volte intorno al petto, mentre danzava al ritmo dell’antichissimo tamburo di pelle. Un ritmo sempre più incalzante, in attesa che l’elemento si palesasse e, impadronendosi di lui, lo cavalcasse, elevandolo ad altezze  incommensurabili. Lui, nel suo costume bianco di sciamano.
Allora, quando albeggiava, smontavamo le tende e riprendevamo la salita, fino alla pausa di mezzogiorno, finché non ci accampavamo per la notte. La ripida salita che portava in vetta, verso l’altopiano sopra le nuvole, quel luogo che si dice appartenere a Shiva. Una volta all’anno lì, a quasi quattromila metri di altitudine, si radunavano i suoi adepti, gli sciamani. Indra era uno sciamano. E durante quei giorni e quelle notti in montagna, vicino al confine tibetano, era un amico.

Copertina 'Assenze Asiatiche' © Casa Editrice Voland
Copertina ‘Assenze Asiatiche’ © Casa Editrice Voland

Il viaggio era cominciato a Copenhagen, un pomeriggio d’estate che prometteva serene immagini occidentali, tavolini all’ombra degli alberi, voci, giochi di luce sul prato e sulla pelle, di certo non l’aspra solitudine delle alte montagne dell’Asia Centrale. Quel pomeriggio di mezza estate, passeggiando nervosamente davanti a un counter dell’aeroporto, aspettavo il mio compagno di viaggio, un esperto di sciamanesimo ed eminente etnografo, reduce da innumerevoli spedizioni, la persona indubbiamente più competente in materia cui avrei potuto rivolgermi. Così mi era stato presentato, il Dottore. Anche se un po’… mi avevano fatto capire, alzando leggermente il sopracciglio. “Un po’… be’, insomma, lo vedrà.” Adesso lo vedevo e la scena cui stavo assistendo si sarebbe ripetuta anche in seguito. Ovunque facesse la sua comparsa, non importa se qui al terminal dell’aeroporto o sullo sfondo dell’Himalaya, il Dottore attirava immancabilmente l’attenzione. Barba e capelli non se li tagliava più da anni, imitando anche in questo Shiva, il suo dio prediletto. La capigliatura bruna gli ricadeva sulle spalle, la barba sul petto. Gli sciamani erano il tema della sua vita e lui non li maneggiava certo con le pinzette dell’accademico. […]
Dovevamo recarci in Nepal per raccogliere quante più informazioni possibili sugli sciamani. Le montagne nepalesi – mi aveva assicurato il Dottore – sono una delle poche regioni al mondo, insieme alla foresta amazzonica (che lui, ovviamente, conosceva altrettanto bene), in cui sopravvive tuttora quella prassi antichissima. Aveva soggiornato a lungo in entrambe le zone. […]
Volavamo incontro al sole e il pomeriggio seguente, dopo aver cambiato aereo la mattina a Delhi, scorgemmo la valle di Kathmandu avvolta dalle nubi. Quella dell’albergo si rivelò una buona scelta: era appena fuori città. Suite silenziose ci attendevano in un giardino di ibischi. Era il tramonto. Nuvole sovrastavano la città, cadeva una fitta pioggerellina. Osservai il groviglio delle case sotto il cielo monsonico, l’aria umida portava con sé aromi terrosi, fango e fiori, oppure inquietanti, marciume e sangue. Ibischi rossi e gialli crescevano rigogliosi, come tutto qui del resto: strade e viottoli erano fiancheggiati da piante di canapa ad altezza d’uomo. Non appena mi girai, vidi sopra la mia testa gli occhi di Buddha – gli enormi occhi dipinti sul famoso stupa di Swayambhunath dominavano la valle di Kathmandu. L’albergo si trovava ai suoi piedi. […]

Stairs Swayambhunath, Temple, Kathmandu
Stairs Swayambhunath, Temple, Kathmandu

Il giorno dopo insieme al Dottore salii i trecentoventitre gradini che conducevano allo stupa di Swayambhunath, agli occhi blu del Buddha che dominavano la città, occhi di polvere di lapislazzuli. Monaci di otto anni svolgevano le loro funzioni accanto a monache dai capelli grigi di stoppa. Le campane risuonavano, i mulini di preghiera cicalavano, i cani si contendevano un boccone e le scimmie portavano via fulmineamente quello che erano riuscite a ghermire, dileguandosi col bottino. I devoti gettavano riso sui reliquiari degli dèi. Ricchi in camicia bianca con larghe bretelle rosse salivano ansimando sull’altissimo e santissimo stupa.
Il Dottore mi portò fuori dalla baraonda e mi fece notare una figura in pietra grande quanto un bambino che si trovava un po’ in disparte. Doveva essere la raffigurazione del dio Shiva. Serpi gli strisciavano intorno al collo, al petto, si avvinghiavano alle articolazioni delle mani e dei piedi del divino danzatore, anzi, addirittura dentro le orecchie. “Esatto, è Shiva,” disse il dottore “ma uno Shiva speciale. Shiva come sciamano. Lo guardi bene.” Una lunga collana gli pendeva dal collo, simile a quella di Indra, ma fatta di minuscole teste umane, non con frutti, forse era stato proprio quello a ispirarmi l’immagine dei cervelli di uccello.
Il Dottore indicò gli oggetti che il dio teneva in due delle sue sei mani. “Questo è lo scettro tantrico, quello il tamburo doppio di crani di scimmia. E quelli sono Kapala e Kartika: la coppa-teschio e il coltello ricurvo. Gli sciamani chiamano i demoni in quelle coppe e poi li fanno a pezzi col loro coltello, dopodiché bevono il loro sangue dalla coppa per annientarli del tutto, ma anche per impadronirsi della loro intelligenza.” Sotto i piedi danzanti del dio c’era un demone, dalle fattezze vagamente antropomorfe. E poi vidi il minuscolo Buddha sopra la testa di Shiva. […]

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