Giovedì 17 Ottobre 2019 - Anno XVII
Lecce, “la signora del Barocco”

Lecce, “la signora del Barocco”

Tra le meraviglie del Salento, Lecce è considerata terra di mezzo, bella e preziosa col suo Barocco. Nel cuore della città uno stretto dedalo di viuzze. La sua pietra morbida e calda plasma chiese e balconate, statue e doccioni, cariatidi e capitelli. Mitologia e leggenda.

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Palazzi tra le viuzze del centro storico

Lo facessi a mano, anche le virgole si arriccerebbero nello scrivere del Barocco leccese… Uno stile d’essere non tanto nella struttura quanto nel decoro, un donare al concreto la giusta ariosità pomposa e la baldanza del sofisticato alla semplicità del sobrio e squadrato rigore architettonico. E così, ariosa e con pensieri più effimeri, che iniziano a radicarmisi nel cuore alimentandosi di mitologia e leggenda, mi sento anch’io, mentre stropiccio i sandali sul selciato lucido e lastroso del centro storico della città… Sarei già pronta a trasferirmi in uno di quei monolocali incastonati tra i tetti piatti e livellati, che sorvegliano dall’alto lo stretto dedalo di viuzze che se ne scappano dalla folla del cardo e del decumano.
Si perché, ma non per primi, di qui i romani ci sono passati, lasciando tracce importanti che, però, solo all’inizio del secolo scorso sono emerse durante la costruzioni di edifici di, ahimè, ben altra reminiscenza storico-politico-architettonica.

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Lecce, anfiteatro romano

L’anfiteatro romano mostra un quarto di sé, lasciando che casoni squadrati del fascio si appoggino su suoi fianchi, per gonfiare il petto ospitando banche, municipi e sorreggendo tronfi tricolori nell’immediatezza delle piazze circostanti.
I personaggi tragici cedono il posto alla tragedia della mentalità umana. All’ombra dei colonnati romani, dove una volta pantere e fiere erano obbligate a difendersi da gladiatori e urla violente, oggi ronfano sornioni i gatti, per nulla disturbati dal metropolitano scorrere del tempo.

Barocco, uno stile modellato con la pietra leccese

Barocco Il-Duomo di LecceIl cuore della città pulsa candido ed immacolato nel lindore della sua pietra, che morbida e calda plasma chiese e balconate, statue e doccioni, cariatidi e capitelli. Gli artisti qui, dal tardo 1500 trovarono pane per i loro denti e occasione di mordere questa tipica roccia calcarea per dar vita ad un vero e proprio racconto ad immagini. La presenza di un materiale così friabile e facile all’“alveolizzazione”, rende la creazione di Lecce un’opera ancora più preziosa, per la sua bellezza così intensa ma drammaticamente destinata a subire la decadenza del tempo e l’intervento ostile dei fenomeni  atmosferici. Una bellezza effimera e formale, ma che custodisce segreti, leggende, illustra la storia e racconta di miti, santi, alleanze e contrasti.
Tra le meraviglie del Salento, considerata terra di mezzo, accarezzata dallo Ionio e dall’Adriatico, fino a qui sono arrivati Greci, Romani, Turchi, Bizantini, Spagnoli, Francesi… e Veneziani, ovviamente: fianco a fianco della lupa, simbolo della città, a volte compare anche il solito leone alato della Serenissima, come a ricordare che non c’è porto di mare che non sia stato calcato dalle sue zampone.

I Santi patroni della città tra feste e sagre

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Sant´Oronzo, patrono della città

Non solo popoli e aristocrazie, ma anche una moltitudine di santi, locali e no, si contende il titolo di patrono della città. A seconda della fazione politica o religiosa in auge al momento (Celestini, Francescani, Benedettini, Orsini, Aragonesi… ) un santo cedeva lo scranno dorato dell’altare maggiore all’altro: o perché considerato “più di casa” (come Sant’Oronzo rispetto alla più pagana Santa Irene di origini elleniche), oppure perché più apprezzato dalla curia del momento (come i Santi Fortunato e Giusto). Di tutti, comunque, Napoleone non tardò a sequestrare reliquie e opere, dal momento che ai tempi, tali ordini religiosi detenevano, inoltre, un considerevole ed importante “patrimonio spirituale”. Sopravvivono tuttavia sagre, feste e ricorrenze che puntellano di fede e celebrazioni ogni mese dell’anno (o quasi): c’è sempre un santo da festeggiare, una patrona da esaltare in processione o una ricorrenza da ravvivare con fuochi d’artificio, canti e bancarelle!
Ecco perché, mi dico, questa terra è così ricca di meraviglie e di sole: qui i santi sono onorati con continui “sacrifici”. Impossibile possano restare sordi e indifferenti alle preghiere e ai desideri dei loro devoti e affezionati fedeli: l’economia cosmica di scambio è assicurata! … alla penombra del sacro zampettano ragni e tarante che rischiano, però, con il loro morso, di scardinare equilibri e scompaginare giuste maniere, facendo emergere il lato più ancestrale e dionisiaco di queste terre solatie.

La Pizzica e la notte della Taranta

Barocco la-pizzicaLa parte ombrosa emerge irruenta in tarda estate: basta che le prime note di una pizzica squarcino la cortina di silenzio e omertoso apparire, che la ragione si perda e tutto trovi origine e motivo d’essere nel mito! Ma un mito così ancestrale da essere radicato dalla notte dei tempi in ogni gesto, parlata, ritmo, usanza e comportamento! Così effettivo da plasmare da allora la realtà di adesso. Così assoluto da rendere semplice ogni spiegazione di noi. Talmente vivo da ritrovarsi in ogni nostra morte e riaccompagnarci alla successiva rinascita! Così anch’io, questa notte, verrò trascinata verso un nuovo avvenire e sorgere di guarigione. Inutile tentare ulteriori spiegazioni: meglio accontentarsi di sapere quanto basta, in fondo ognuno lo sa, lo sente, è così: una danza che cura, un lasciarsi morire per ritrovare il ritmo, il tuo, che è quello che fa vibrare della giusta frequenza e ballare, ballare, fin quando non ti si spurga il veleno dal corpo e, soprattutto, dal cuore e dalla mente!

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