Sabato 10 Dicembre 2022 - Anno XX

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La Creazione (Genesi)

La Creazione (Genesi)

Media Gallery 27 Ottobre 2013 at 3:00 nessun commento

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.

Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo.

Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”.

Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

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Francia. Troyes la città delle bollicine

Francia. Troyes la città delle bollicine

Media Gallery 31 Gennaio 2012 at 2:00 nessun commento

A guardarlo sulla carta il profilo del cuore antico di Troyes, attorno alla splendida cattedrale di San Pietro e Paolo ha una forma inconfondibile: quella di un tappo di champagne. A dir la verità nel medioevo era vista piuttosto come il contorno di una chiesa, navata centrale e abside. Ma […]

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Le “riduzioni” gesuitiche boliviane

Le “riduzioni” gesuitiche boliviane

Media Gallery 22 Settembre 2009 at 4:00 nessun commento

Lontana dalle cime delle Ande, si estende la Bolivia della Selva. Qui strade polverose portano fin dentro il “cuore verde” del Paese: la Provincia di Santa Cruz de la Sierra. Nel Seicento, assieme ai territori dell’odierno Paraguay, formava la Provincia di “Paraguaria”. La zona era un passaggio obbligato per le carovane provenienti dal Perù e da Potosì, ma gli assalti degli indios chiriguanos resero necessaria la ricerca di nuovi sentieri e di nuove strategie per rapportarsi con i nativi.
Il viceré spagnolo decide di puntare più sul Vangelo che sulla spada: nel 1691, padre Arce è il primo missionario gesuita a solcare la rossa terra di Bolivia. Rimane conquistato dalla bellezza selvaggia di questi territori. Cieli immensi, solcati dal volo dei pappagalli; magnifiche orchidee a cui basta la carezza del vento per vivere. In simbiosi con questa natura rigogliosa vivono uomini di stirpe Tupi-Guaranì, soprannominati “Chiquitos” (“piccolini”). Ad essere piccole, in realtà, sono solo le entrate delle loro capanne: uno stratagemma per scoraggiare i giaguari.
Conducono una vita dura, esposta alle malattie e al continuo pericolo. Ispirato dall’ideale evangelico della “Terra senza Male”, Padre Arce fonda qui la sua prima missione. Un luogo in cui i nativi potevano ricevere assistenza medica e spirituale, ma a condizione che abbandonassero le loro capanne disperse nella selva per radunarsi (o “ridursi”, nello spagnolo dell’epoca) e formare una comunità. Nascono così le “riduzioni” gesuitiche della Chiquitanía. Qui si abbina l’evangelizzazione all’insegnamento dell’agricoltura, dell’artigianato e della musica, per cui i nativi dimostrano un talento eccezionale. La comunità era retta dal “cabildo”, il consiglio dei notabili indigeni, in cui il sacerdote rivestiva il ruolo di consigliere. Ma c’è qualcosa che manca: per agevolare le conversioni, la chiesa dev’essere specchio della magnificenza del paradiso.
Detto e fatto. Nel 1730, giunge in Chiquitanía il gesuita e architetto svizzero Schmidt. Nel giro di pochi anni, all’interno della selva spuntano chiesette candide riccamente decorate con motivi vegetali in cui ricorre il fiore di “mburucujà”, simbolo di Cristo. La forma ricorda curiosamente gli chalet alpini della patria lontana.
Dopo San Javier sorgono San Rafael, Concepción, San Ignacio, San Miguel, Santa Ana… le riduzioni crescono. E si arricchiscono. Guadagnano speciali privilegi dal re di Spagna, tra cui la libertà di armarsi per difendersi dalle incursioni dei trafficanti di schiavi. Cominciano a far paura agli stessi poteri che hanno contribuito alla loro nascita e che ora vedono il fenomeno sfuggire loro di mano. Nel 1777, il sogno della “Terra senza Male” s’infrange: il Papa ordina lo scioglimento dell’ordine gesuita.
I missionari della Chiquitanía devono tornare a casa. Seguono secoli di abbandono. Le riduzioni vengono fagocitate dalla selva. Finché, nel 1972, un altro gesuita diventa il protagonista della loro rinascita. Si chiama Hans Roth, anche lui svizzero e architetto. Il lavoro di restauro ha riportato questi gioielli architettonici al loro splendore e oggi sono parte del patrimonio Unesco.
Le chiese sono ancora il centro della vita dei villaggi, che é rimasta in buona parte immutata, anche se le motociclette di fabbricazione cinese hanno sostituito i muli. L’accoglienza alberghiera è impeccabile, con tanto di internet e piscina. Ma nelle locande si serve ancora brodo di gallina e coccodrillo arrosto.

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Rifugiati Tibetani in Ladakh

Rifugiati Tibetani in Ladakh

Media Gallery 10 Aprile 2008 at 4:00 nessun commento

Novembre 2007, Ladakh, estremo nord dell’India. Lo sguardo del giovane “Khampa” è rivolto oltre le vette innevate e i ghiacciai dell’Hymalaya. Verso quella casa che non ha mai conosciuto.
Lhasa è pura utopia per questi rifugiati tibetani, nomadi sulle montagne del Ladakh, India settentrionale. Alcuni di loro, nati e cresciuti in esilio, non hanno mai messo piede in Tibet, oltre quelle creste rocciose.
Sono da diversi giorni loro ospite a Poga Sumdo, un piccolo villaggio a 4500 metri d’altitudine, sulla pista che conduce verso il lago Tso Moriri, a una giornata di fuoristrada da Leh, il capoluogo della regione.
Vivo con questa gente, ospite nelle loro case e divido con loro una quotidianità semplice, fatta di lavoro e di dura sopravvivenza. Ma anche di momenti di grande intimità religiosa, come l’ora della “puja” favorisce.
La preghiera buddhista raccoglie tutti, uomini, donne e bambini, avvolti nelle pelli di capra, nell’unica stanza grande del villaggio, appena intiepidita dagli ultimi raggi del sole. “Om, Mani, Padme, Hum”, recita il “fiore di loto”, la preghiera che ringrazia Buddha per la sua infinita saggezza.
Nel piccolo villaggio di Poga Sumdo, incontro il medico tibetano Dhondup, che una volta al mese, percorrendo le difficili piste d’altura, da Leh raggiunge gli accampamenti nomadi dei Khampa, un’etnia che vive in tenda sulle montagne situate oltre i 5500 metri d’altezza. Chiedo di poterlo accompagnare.
Dhondup porta soccorso e cure, visita chi ne ha bisogno e dona medicine e vaccinazioni. Questa volta la sua missione è di vaccinare i bambini.
Il medico cerca anche di infondere sentimenti di speranza a questo popolo di rifugiati ai quali, dopo l’invasione cinese del Tibet, è proibito tornare nel loro paese.
La vita di questa gente è durissima, in presenza di un clima impossibile, con temperature che in questa stagione (novembre) raggiungono i trenta gradi sotto zero.

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Il Messico e la sua gente

Il Messico e la sua gente

Media Gallery 1 Aprile 2008 at 4:00 nessun commento

"Messico, con il suo nopal e il suo serpente (…) fiorito e spinoso, secco e solcato dagli uragani, violento di eruzioni e di colori (…) l’ultimo paese magico; magico di antichità e di storia, magico di musica e di geografia" così lo ha definito il poeta cileno Pablo Neruda.
Messico, paese di silenzi e di voci, di natura assoluta e di civiltà, dove ognuno di noi può cercare, e trovare, tra le tante voci la sua, voci che a ogni viaggio possono sembrare differenti, come i nostri stati d’animo. Voci che si possono incontrare all’ombra delle massicce chiese costruite dai domenicani a San Cristobal de las Casas in Chiapas dove, dopo la fine dell’insurrezione zapatista, le tessitrici maya hanno ripreso a raccontare le antiche leggende sui loro huipiles, i vestiti multicolori. Dei, serpenti, rane, scorpioni, farfalle, antenati, l’onnipresente sole, racchiudono una vera e propria Bibbia scritta sulla stoffa.
Un mondo muto per chi non sa ascoltare, ma ancora capace di parlare ai suoi fedeli nel folto delle foreste, tra le montagne accidentate scavate da gole e dirupi dove il "Signore della terra", padrone delle nuvole e della pioggia, fa risuonare il rombo delle grandi cascate di Agua Azul.
C’ è il silenzio, pieno di voci, delle foreste di pietra dello Yucatàn, come a Uxmal dove l’archeologo americano Stephens, 150 anni fa, dall’alto della Piramide dell’Indovino si è trovato davanti palazzi e piramidi "grandiose e ben conservate, con un effetto pittoresco, simile a quello prodotto dalle rovine di Tebe sul Nilo".
Basta ascoltare e lasciarsi sorprendere, perché il Messico colpisce quando meno te lo aspetti, nell’immenso caleidoscopio del Monstruo, Città del Messico, un incubo ecologico capace di provocare l’irresistibile desiderio di fuggire, ma anche una città d’una bellezza travolgente. O nel silenzio, pieno di voci, delle città maya che si alzano come astronavi di pietra sopra la nebbiolina che invade la selva, ultima testimonianza di una civiltà ormai morente, quella degli antichi libri del Chilam Balàm che avevano preannunziato: "Loro verranno. I saggi verranno uccisi, i templi distrutti, e tutto sarà peccato".
Loro, i conquistadores, sono arrivati portando una tempesta di ferro e di fuoco e creando, inconsapevolmente, un’irripetibile contaminazione tra mondi apparentemente inconciliabili. Da allora la capacità del Messico di assorbire e rielaborare non ha più smesso di produrre intriganti sincretismi, religiosi, artistici, politici e culturali. Forse perché era l’unica possibilità di sopravvivenza per un paese “così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”, come sospirava nei suoi ultimi anni di potere il vecchio dittatore Porfirio Diaz.
E così solo nel Secolo Breve appena trascorso il Messico ha prodotto la prima grande Rivoluzione moderna, archetipo dei sogni di emancipazione sociale di tutto un continente. Ha prodotto l’esplosione artistica dei murales, opera di artisti convinti di portare i musei nelle strade delle città, ma ha prodotto anche telenovelas sfornate con ritmi giapponesi, piene di maliarde encantadoras che inchiodano davanti ai teleschermi milioni di telespettatori.
Poi ha anche stupito il mondo con il subcomandante Marcos, icona di una “rivoluzione impossibile”, quella della prima ribellione contro una globalizzazione che esclude.
Così, persino con le sue dure contraddizioni sociali, il Messico continua a raccontare la creatività, la fede, le paure, le credenze, i colori, la gioia, con il "potere – come sosteneva Andrè Breton – di mantenere aperto un registro inesauribile di sensazioni, dalle più dolci alle più insidiose".

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Il corso dell’Adda per l’Ecomuseo di Leonardo

Il corso dell’Adda per l’Ecomuseo di Leonardo

Media Gallery 4 Gennaio 2008 at 2:00 nessun commento

L’idea un po’ bizzarra di fotografare il corso dell’Adda dalla mongolfiera la devo innanzitutto all’Ecomuseo Adda di Leonardo. Il direttivo dell’Ecomuseo mi chiese un’idea per una mostra fotografica in grado di divulgare le bellezze paesaggistiche e architettoniche che lo qualificano. Immediatamente pensai di proporre la prospettiva aerea, di far vedere il fiume dal cielo. Parlando del progetto di foto aeree dell’Adda con un amico questi mi riferì di conoscere un appassionato di volo in mongolfiera: Carlo Rovelli. Appena sento la parola “mongolfiera” mi si scatena subito l’immaginazione: “ma certo” – mi dico – “le foto aeree dell’Ecomuseo Adda di Leonardo non posso che farle con un mezzo di trasporto ecologico e un po’ retrò come la mongolfiera”. Un incontro con Carlo viene immediatamente organizzato e, dopo pochi giorni, siamo già in volo per la prima ricognizione fotografica.
La prima esperienza promette bene: per più di un’ora riusciamo e seguire il corso dell’Adda volando da Brivio fino a Cornate. I voli successivi si riveleranno meno fortunati: ci alzavamo da terra e, dopo aver varcato il corso del fiume, subito il vento ci portava a sorvolare capannoni, cantieri e zone industriali: non esattamente il tipo di soggetti che cercavo.
La mongolfiera infatti, ecco la prima cosa che si impara volando con essa, permette di decidere l’altezza a cui volare, ma non la direzione verso cui muoversi: per quella si è letteralmente in balia dei venti.
Questi successivi insuccessi ci hanno indotto a un cambiamento di strategia. Inizia il periodo dei sopralluoghi, dello studio dei venti alle varie ore del giorno. Per fare questo credo di essere passato 
per pazzo più di una volta. Cosa pensereste voi di uno strano personaggio che se ne arriva tutto affannato in un parcheggio, scende dalla macchina con una palloncino in mano e lo libera verso l’alto; rimane a guardarlo per dieci minuti buoni, annota qualcosa sul suo quadernetto e poi se ne riparte sgommando? Non viene certo da pensare che stia cercando il posto migliore da cui far partire una mongolfiera.
Il lavoro che viene presentato in questo calendario è ancora lontano dall’essere concluso: i sopralluoghi continuano. Se qualcuno dovesse vedermi lasciar andare un palloncino e guardarlo salire verso l’alto non mi prenda per pazzo, o almeno, ammetta che c’è del metodo in 
questa follia.
Aspettiamo tutti alla prima tappa della mostra itinerante che si terrà in occasione del I Premio Internazionale Mario Roveda, nel marzo del 2008. Nell’attesa vi auguriamo di godere delle vedute di questo calendario, sperando vi facciamo venir voglia di tornare al più presto a visitare i luoghi che vi sono rappresentati. Se poi voleste andarci in mongolfiera, chiedete a Carlo. Anche in bicicletta comunque ve li potrete godere benissimo.

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Himalaya, i volti della gente

Himalaya, i volti della gente

Media Gallery 24 Febbraio 2007 at 2:00 nessun commento
Il vento scende da vette inviolate,
s’infila nelle valli,
solleva polvere e sabbia,
modella gli angoli più remoti e sagoma pendii.
Il sole e il ghiaccio suggellano questo continuo scolpire naturale.
Il tempo e l’altitudine,
testimoni silenziosi.
La gente, in simbiosi con la natura,
di cui sopporta la tragica bellezza,
riflette nei volti lo stesso destino
e condivide i ritmi di una quotidianità senza tempo.
Eppure, nonostante una realtà di difficoltà e rinunce,
la serenità, che traspare dai loro sguardi e dai loro gesti,
semplici e spontanei, diventa contagiosa.
Alcune immagini,
unico ricordo di un’esperienza tra le genti himalayane,
provano a trasmettere la solarità e la purezza
di questa cultura remota e incessante.

I pensieri prendono forma nella mia mente mentre i miei occhi sono immersi nella vita quotidiana dello Zanskar. Il mondo himalayano, uno sterminato universo che si estende lungo migliaia di chilometri, ospita le più alte vette del mondo ed è abitato da decine di etnie differenti. Paesaggi, spiritualità e sguardi in questo paese hanno un unico fil rouge che li unisce: la profondità.
Il mio obbiettivo ne è rimasto abbagliato. Da qui è nata l’idea di raccogliere tutti gli scatti nel libro fotografico “Himalaya. Luoghi, culture e spiritualità” realizzato a 4 mani, con l’aiuto della penna di Piero Verni, per un reportage pieno di sentimento. I volti della gente che abita queste montagne condivide con chi li incontra una sensazione impalpabile: “improvvisamente ci si sente a casa, nel mezzo di un deserto di rocce e nuvole, dentro una capanna, senza avere una lingua in comune” (Piero Verni).

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Dharamsala, la little Lhasa dell’India

Dharamsala, la little Lhasa dell’India

Media Gallery 12 Gennaio 2007 at 2:00 nessun commento

Arrivare a Dharamsala è quasi come uscire dall’India. A ragione viene chiamata Little Lhasa. Il caos delle città indiane è mitigato dalla pace buddista. È come se la presenza di Sua Santità il Dalai Lama, che vi si è rifugiato nel 1959, influisse sugli abitanti.
Qui vive la più importante comunità di esuli tibetani in India ed ha sede il parlamento tibetano in esilio. I più vecchi, settantenni rugosi che non abbandonano i vestiti tradizionali, hanno vissuto l’occupazione cinese del Tibet in prima persona. I più giovani, coloro che nascono e crescono in India, non hanno mai visto la terra dei loro padri.
Passeggiando a Dharamsala difficilmente si vedono i colorati sari delle donne indiane, ma l’attenzione viene catturata dal rosso dei vestiti dei monaci buddisti. Il tempo è scandito dai rintocchi delle campane del monastero che chiamano i religiosi in preghiera. E dal battito di mani mentre gli stessi monaci, la sera al tempio, dibattono sugli insegnamenti del buddismo.
Alzando gli occhi al cielo si vedono le colorate bandiere di preghiera che si stagliano contro il cielo. Sullo sfondo le nevi dei primi contrafforti himalayani ricordano agli esuli la loro patria.
Con un po’ di fortuna si può vedere il Dalai Lama e ricevere un po’ della sua pace interiore tramite il suo cenno di saluto. Oppure partecipare alle lezioni pubbliche che tiene quando non è in viaggio, sedendo a terra tra una moltitudine di monaci. Seguendo il sentiero attorno al tempio si cammina tra gli alberi sui quali sono appese centinaia di bandiere di preghiera. Lungo il tracciato i mantra sono scolpiti sulle rocce dipinte di bianco e sulle ruote di preghiera e ripetuti senza sosta dai monaci che le fanno girare. È facile, così, immergersi in una dimensione spirituale, meditativa e contemplativa.

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Ondaviva, il fascino di Trieste

Ondaviva, il fascino di Trieste

Media Gallery 18 Ottobre 2006 at 4:00 nessun commento

Il filo sottile ma profondo che lega Trieste ad usi e costumi di vita quotidiana è indissolubilmente legato al mare, al vento, ai circoli nautici ed al mondo di chi vive il mare non solo come elemento naturale ma come filosofia di vita.Un omaggio al mondo della vela ed agli aspetti culturali, artistici e sociali che questa disciplina sportiva inevitabilmente coinvolge.
Una splendida Trieste protagonista indiscussa con i suoi palazzi che si trasformano in quinta teatrale, per godere del fascino che le regate, la passione per la vela e per il mare riescono a trasmettere.
Un legame tra i simboli marinareschi, le statue e gli alto rilievi che troneggiano sui palazzi nel cuore della città. Una città che svela la sua vera anima, fatta di magiche luci, profumi del mare e dal possente alito della bora.
Le innumerevoli pagine che sono state dedicate al mare, e tutte quelle scritte nel tempo da illustri viaggiatori o scrittori su Trieste oscillano tra sentimenti molto forti e contrastanti tra loro. Sono comunque pagine di grande suggestione ed intimo lirismo. Trieste ama celebrare il suo passato quale città porto per eccellenza dell’Impero Asburgico e si prepara a diventare una capitale d’area, a cavallo tra i nuovi confini che si stanno delineando tra i paesi del blocco centro europeo.
Trieste, città dei caffè, delle piazze, delle chiese e dei musei, ha celebrato un po’ tutti i suoi gioielli artistici e architettonici, ma il mare rimane la sua vera forza emotiva.Nel volume “Trieste città delle statue” Mara Rondi scrive che “una svariata molteplicità di culture, di gusti, di curiosità, di commerci e di genti, ha dato un’impronta indelebile a Trieste che ancor oggi si identifica nella varietà stessa dei suoi linguaggi e nelle sue trasversalità epocali”.
Passato, presente e futuro: un trinomio che Trieste porta avanti di pari passo nel suo processo di crescita. In questo contenitore urbano così complesso ma estremamente stimolante, le antiche architetture riportano agli splendori di una grande capitale dell’Impero Asburgico, la città – porto per eccellenza da cui salpavano i grandi velieri per poi ritornare carichi di merci e opere d’arte. Il futuro di Trieste sarà ancora una volta legato al mare così come lo è stato in passato.

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India, lungo le acque sacre del grande fiume

India, lungo le acque sacre del grande fiume

Media Gallery 7 Giugno 2006 at 4:00 nessun commento

I fiumi non sono solo pura espressione geografica. Sono anche l’anima profonda di un territorio, ne disegnano il paesaggio e sono fonte di storie e fatti. Lungo i fiumi si sono combattute battaglie, sono sorte città e i popoli si sono a volte uniti e a volte divisi.
I fiumi segnano i confini fra stati, etnie e religioni. Fungono, non di rado, da spartiacque per le idee. Se è vero dunque che le acque rappresentano lo specchio nel quale si riflettono le vicende umane, si può a ragione affermare che nessun “specchio” è importante come il grande fiume asiatico.  
Il Gange, per gli indiani e segnatamente per la loro anima, è il fiume dei fiumi,  un fiume-divinità. Nasce dalle montagne più alte della terra. Dalla catena himalayana scende a precipizio verso Rishikesh, terra di guru (santoni) e di scuole yoga e bagna le sconfinate pianure dell’Uttar Pradesh che rende fertili con le sue acque e che talvolta allaga con i frequenti straripamenti. Quasi la metà delle popolazioni indiane (oltre settecento milioni di persone) vivono nell’immenso bacino del Gange.
Ad Allahbad accoglie le calme acque dello Yamuna, fiume che bagna la capitale Delhi, lambisce le mura del famoso Taj Mahal e del Forte Rosso di Agra.
Quindi arriva a Varanasi (un tempo chiamata Benares) città sacra e imponente con i suoi “ghat” monumentali: un grandioso affresco dolente e mistico del mondo indiano.
Nella regione del Bengala, il Gange si china verso sud est, dividendosi in numerosi rami. Quello maggiore incontra, settanta chilometri prima di Dacca, capitale del Bangladesh, l’altra grande via d’acqua: il Brahmaputra. Insieme, formano un unico corso denominato Padma. Questa fusione è immensa come un mare. Cento chilometri più a valle sfocia nel Golfo del Bengala, dando luogo al delta del Gange-Brahmaputra.

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