Giovedì 29 Settembre 2022 - Anno XX
Isole Vergini danesi (Las Islas Virgenes) in salsa americana

Isole Vergini danesi (Las Islas Virgenes) in salsa americana

Le isole danesi battezzate da Cristoforo Colombo Las Islas Virgenes, (oggi United States Virgin Islands) dopo Portorico, fra le miriadi di isole e isolette caraibiche arrivano, ad arco, sino alle coste del Venezuela. Oggi meta prediletta dai turisti a stelle e strisce

Degli americani si può certo dire tutto tranne che manchino di fiuto per gli affari. Di fiuto ne hanno avuto eccome quando, nel lontano 1917, acquistarono queste tre isole delle Indie occidentali, favorite dai venti e baciate dal sole tropicale, dal governo danese per 25 milioni di dollari in oro.
In precedenza, durante il lungo periodo della conquista spagnola, da queste isole sono passati un po’ tutti. La loro storia ha avuto inizio nel solito modo, se vogliamo anche poco originale, di tante altre isole delle Antille. Manco a dirlo infatti, fu proprio Cristoforo Colombo a scoprirle per primo, durante il suo secondo viaggio alla ricerca delle Indie. Colombo rimase molto impressionato dal loro numero, quasi spiazzato possiamo immaginare, soprattutto perché si trovò a corto di santi per battezzarle tutte. Per una fortunata coincidenza del destino, sembra che quel giorno fosse il 21 di ottobre, proprio il giorno dedicato a Sant’Orsola e alle undicimila vergini che, secondo la leggenda, con lei perirono per difendere la loro castità. L’intrepido navigatore decise così di battezzarle in loro nome, e le chiamò “Las Islas Virgenes”.

Isole ben amministrate dai danesi

Hanno il mare più azzurro della terra, forse proprio come gli occhi della bella Orsola; un magnifico dono della natura che ha stuzzicato l’interesse di spagnoli, inglesi, olandesi, francesi, e pirati d’ogni risma. Con la loro bellezza selvaggia e prorompente le Vergini hanno infine stregato anche i freddi marinai danesi, i quali, certo non avvezzi alle conquiste, erano da tempo desiderosi di garantirsi un posto al sole in quel crocevia di commerci che erano le isole dei Caraibi. Con una amministrazione saggia e democratica i danesi riuscirono a tenerle in pugno fino alla Prima Guerra Mondiale, quando infine cedettero alle lusinghe degli americani.
Era esattamente il 31 marzo del 1917: da quel dì, sulle tre isole, sventola la bandiera a stelle strisce e sotto la sua benedizione si professa la religione del dollaro. A valutarli oggi, quei 25 milioni di dollari di inizio secolo, appaiono poco più che spiccioli se si pensa che per la ristrutturazione dell’Hotel Marriott avvenuta pochi anni fa, sull’isola di St.Thomas, ne sono stati investiti più del doppio.
Prendendo a prestito il titolo di un noto film, si può dire che gli americani le hanno comperate “per un pugno di dollari”, e le hanno a poco a poco trasformate in una perfetta macchina da soldi. Di strutture come il Marriott ne esistono molte altre: opulenti alberghi con piscina che si affacciano su un mare di cobalto, costantemente percorsi da un esercito di camerieri in livrea impegnati a fare gli onori di casa. Per i turisti si tratta del paradiso; e certamente lo è per quelli americani, che possono godersi l’esotica atmosfera dei tropici rimanendo a casa loro.
Prima andavano tutti a Puerto Rico, nessuno sembrava accorgersi delle tre isole che stavano lì, a pochi passi. Poi, tutto d’un tratto, verso la fine degli anni ‘70, come folgorati da improvviso amore, gli americani hanno preso a frequentarle numerosi e non si sono più fermati, conquistati dalla loro bellezza e dalla possibilità di fare buoni affari.

Atmosfera caraibica e pragmatismo USA

Oggi, alle Vergini Americane, se si va in giro a parlare con la gente, ci si rende conto che la maggior parte viene da New York City. Molti di loro sono manager di successo ora proprietari di negozi, gestori di ristoranti, oppure che più semplicemente vivono sulla stessa barca con la quale fanno charter fra le isole. A sentir loro, come New York, non esiste città al mondo; eppure tutti finiscono quaggiù. Pensandoci bene scappare da New York dev’essere più o meno come scappare da una delle nostre grandi città, e se la destinazione finale è un posto come questo, fare il passo diventa più facile.
Chiunque visiti per la prima volta queste isole non può che rimanere affascinato dalla perfetta fusione tra spirito caraibico e pragmatismo statunitense, così come non può che restare colpito dalla loro caratteristica architettura ordinata, che rispecchia quella delle molte bandiere che hanno sventolato su di esse.
St. Croix è l’isola più grande, misura poco meno della nostra isola d’Elba, e delle tre isole è certamente quella con il richiamo più marcatamente danese.
Christiansted, la sua capitale, è una cittadina affascinante, con i tetti rossi e gli edifici color crema, dove la sera, passeggiando lungo il porto e le mura delle antiche fortificazioni, si respira un’atmosfera da porticciolo del Mare del Nord. I vecchi edifici infatti, un tempo sede dell’amministrazione coloniale danese, sono intatti e costituiscono un monumento nazionale. Basta percorrere la King’s Alley, che porta alla Main Street, sotto arcate, colonnati e attraverso un saliscendi di scalinate e viuzze, per sentirsi immersi in una città del nordeuropa. Oggi, gli stessi edifici sono occupati da negozi che vendono le solite merci duty-free e da numerosi ristorantini ben nascosti tra la vegetazione rampicante.

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