Martedì 17 Settembre 2019 - Anno XVII
L’ Australia e la nuova Guinea

L’ Australia e la nuova Guinea

Dal libro di Carlo Mauri “Quando il rischio è la vita” pubblicato nel 1975 e oggi riproposto in una nuova edizione da Corbaccio, proponiamo un estratto del capitolo “L’Australia e la nuova Guinea”. Dopo quarant’anni è ancora di grande attualità e può insegnare qualcosa

L’autore di Quando il rischio è la vita è stato tante cose: alpinista, viaggiatore, navigatore, esploratore, ma fu soprattutto un uomo che ha vissuto intensamente arrivando là dove voleva e dalla curiosità insaziabile nei confronti del mondo e degli uomini che lo abitano. Per Carlo Mauri “Viaggiare è un amore che dischiude ogni senso a vedere, a guardare, a godere, a soffrire, ad ascoltare a imparare. Viaggiare è una cultura, una fatica, un mestiere e non un’evasione, una vacanza, ma una invasione di un’altra conoscenza”.
L’estratto del capitolo che ho scelto: L’Australia e la nuova Guinea ci fa capire la sua idea di viaggiatore esploratore il rispetto degli altri e delle proprie tradizioni.

L’Australia e la nuova Guinea

cover quando il rischio è vita

Quando il rischio è vita di Carlo Mauri – Corbaccio, pagine 248, € 19,90

La civiltà nasce con l’uomo e dovunque c’è l’uomo esiste certamente un tipo di civiltà; eppure c’è gente ancora oggi che chiama incivili, o selvaggio, quegli uomini che hanno una civiltà diversa dalla nostra.
Ogni volta che parto per un viaggio, certe persone mi dicono: «Come farai a vivere laggiù (come se mi dirigessi versi il basso) fra quei selvaggi? Come potrai sopportare il contatto con gente che vive come le bestie?» Questi discorsi mi convincono sempre più che vi è una stretta analogia fra la mentalità dei ricchi nei riguardi dei poveri e quella dei “civili” nei riguardi dei “primitivi”. Le categorie dei ricchi e “bianchi” ritengono spesso, senza ombra di dubbio, di appartenere a una “specie superiore” che ha il compito di insegnare agli altri (ai poveri, ai primitivi) la maniera di vivere, in campo materiale e in campo spirituale.
È pura e semplice ignoranza ritenere che soltanto noi siamo esseri razionali, civili e giusti. Durante i miei viaggi ho vissuto con gli Eschimesi, con la gente nera del Congo, con gli uomini dell’Himalaya, e quelli degli altipiani delle Ande, con le tribù dell’inferno verde dell’Amazzonia e con quelle del deserto australiano: perché mai questi popoli definiti primitivi, poveri di beni materiali, dotati di forme elementari di convivenza (cioè senza quelle molte sovrastrutture dalle quali spesso il bianco viene imprigionato, soffocato) dovrebbero essere, direi “per definizione”, inferiori a noi, e assoggettati alla nostra civiltà? Chi dei bianchi, salvo qualche rara eccezione, si è mai accostato al primitivo per ascoltare le sue parole? (…)
La montagna mi ha insegnato a soffrire (per hobby, per evasione) tutti i disagi: il freddo, la sete, la fame, la pazienza negli interminabili bivacchi; e tutto questo mi porta (forse più facilmente che un altro) alla comprensione, almeno parziale, di popoli che, privi di mezzi, vivono quotidianamente in disagi, e non per hobby, al limite delle possibilità umane. La loro vita, in ogni momento, nella lotta per sopravvivere in uno stato più semplicemente naturale, è una specie di “sesto grado superiore”: qualcosa che anch’io ho conosciuto sulle pareri delle montagne.
Dice la storia che il bianco, arrivato qui in Australia, cacciò gli aborigeni come canguri, nutrendoli con cibi avvelenati, abituandoli all’uso dell’alcol e aizzandoli a lottare fra loro. Oggi il bianco (il governo australiano) sta producendo uno sforzo riparatore, economico e morale, per portare gli aborigeni a condividere questa meravigliosa terra che è l’Australia.

aborigeni australiaGli aborigeni australiani (oggi circa cinquantamila) sono un popolo nomade, sono un popolo “raccoglitore”; né seminano, né allevano il bestiame. Raccolgono quel che passa loro la natura: dalla natura dipendono passivamente. Non vogliono credere che le piante nascono dai semi, né che nel rapporto fra un uomo e una donna dipende la nascita dei loro figli. Per l’aborigeno tutto è opera della natura, tutto è miracolo, magia.
Visito il settlement di Darwin. Il settlement (colonia, assembramento di uomini) è una istituzione governativa dove gli aborigeni vengono raccolti per insegnare loro a vivere … ma soprattutto per gli uomini anziani; questo nostro nuovo modo di esistere, però, è inutile, perché i comfort che il settlement offre non sembrano compensare il loro dispiacere per la perduta, antica vita nomade. E qui è il punto più delicato della questione: la nostra civiltà sarà anche migliore, ma per entrarvi dovranno dimenticare la loro. (…)
Mi trovo sul Daly River, nel territorio del Nord Australia. Esco a caccia con Patrie e Ginger, due aborigeni della tribù dei Malak-Malak. Prima di cominciare la caccia, Patrie e Ginger prendono un po’ di fango e si dipingono tutto il corpo. Anche questo rito appartiene al loro culto per la natura: si cospargono di fango per confondersi in essa, nel momento in cui le chiedono i mezzi per sopravvivere. (…)

pintubi aborigeni australiaSia per la caccia sia per la pesca gli aborigeni della tribù dei Malak-Malak usano le lance. Osservo la lancia del mio amico Ginger: è straordinaria. Viene lanciata appoggiandola a una specie di catapulta di corteccia elastica che le imprime velocità e direzione precisissime. La raffinatezza tecnica di molte anni, l’arte con la quale sono decorate mostrano negli aborigeni una capacità e un’abilità artigiane di alto livello.
Gli aborigeni australiani non sono negroidi, non sono mongoloidi, non sono europoidi; secondo quanto affermano gli antropologi, sono uomini di ceppo antichissimo, forse i più antichi che esistano sulla Terra. Essendo il continente australiano un’isola lontana dagli altri continenti, questa razza umana non subì invasioni, fino a quella recente dell’uomo bianco, ed è rimasta pertanto pura. Di fronte a questi aborigeni ho provato la sensazione di essere davanti ai miei progenitori, in un’affascinante prospettiva che mi lega ai secoli passati. Più che altre razze, l’aborigeno australiano ha richiamato alla mia mente l’antico europeo, l’antico uomo bianco. (…)

Arrivo a Port Keats, dove c’è una missione cattolica che raggruppa tante tribù: i Murin Bara, i Murin Ngarr, i Murin Yabin, i Ngarmor. La missione è raggiungibile solo in aereo o, come ho fatto io, attraverso un avventuroso viaggio con speciali camionette. Siamo in piena Terra di Arnhem, la zona più ricca di manifestazioni artistiche. Gli aborigeni dipingono su corteccia di eucaliptus, con colori ottenuti macinando sassi colorati, suggestive raffigurazioni della loro vita; anche l’altare della chiesa della missione è ornato meravigliosamente di questi dipinti pagani.
È ormai più di quindici giorni che sono qui per tentare di raggiungere i Pintubi, nel cuore del deserto. Saluto Patric e Ginger che mi lasciano perché quella dei Pintubi non è la loro terra. Sono commossi e mi dicono: «Siamo stati bene con voi, ci avete lasciato condividere tutto, bere nello stesso bicchiere, fumare la stessa sigaretta, dormire nella stessa tenda. Altri uomini bianchi non hanno fatto così con noi, ci hanno pagato, ci hanno vestito, ma ci hanno trattato con distacco». (…)
Lascio l’umida città di Darwin sul mare sud equatoriale di Arafura, per raggiungere Alice Springs: 1600 chilometri di strada piatta e rettilinea che mi portano al centro dell’Australia. È un percorso che mi dà l’idea di quanto è grande e vuota l’Australia. Molti uccelli, pappagalli, canguri, rettili; rari villaggi bruciati dal sole, qualche pianta tenuta verde con l’acqua dissotterrata dai mulini a vento. Andando per questa sterminata pianura mi rendo ragione dell’alpinismo… La montagna è un vertice visibile, una meta definita, la vetta di una montagna e un punto di riferimento; un traguardo sul quale si conclude un cammino; il luogo ideale da raggiungere per guardare la Terra. Nella pianura sconfinata, nel deserto, l’uomo si perde: nulla è più alto di lui, non ha un punto al quale dirigersi se non l’irraggiungibile orizzonte; i suoi movimenti si perdono nell’immenso spazio sempre uguale, tanto da farlo sentire fermo, impotente. (…)

tribu indigene nuova guideaÈ ancora l’alba quando mi avvicino al campo dei Pintubi: la temperatura è fredda; al riparo di frasche, ancora con tutti i fuochi personali accesi, con una quantità impressionante di cani attorno ai loro corpi nudi, gli aborigeni aspettano che il sole riscaldi il giorno. Un vecchio dorme appoggiando la testa sul suo cane che per tutta la notte gli ha fatto da cuscino. I bambini sono stati i primi ad accorgersi di noi e a venirci incontro, con i nasi sporchi e il viso coperto dalle mosche.
Non dimenticherò mai l’emozione provata di fronte ai Pintubi. A differenza di altri popoli “primitivi”, si comportano nei miei riguardi con distacco: niente di ciò che mi appartiene – l’auto, le macchine fotografiche, gli abiti – li incuriosisce. Queste mie ricchezze non li attirano. Mi sento, sotto i loro occhi, come un ragazzo che sta giocando e non sa ancora quali esperienze gli riserverà la vita. (…)
Essi vivono, veramente appesi ad un filo, un’esistenza tragica. I bambini sono sporchi di uno sporco totale, lavato soltanto dalle piogge che sono rarissime. Sono coperti dalla polvere della loro terra, che è il loro letto, la loro mensa. E come la terra è indorata da ciuffi d’erba arsa dal sole, cosi ai bambini brillano i capelli biondi, biondi come quelli dei miei figli. (…)
Il tempo non è segnato dai giorni, dai mesi, dagli anni ma dai vari stadi della vita. I maschi, dopo avere trascorso l’infanzia fino a tre -quattro anni, sorvegliati dalla madre che li allatta, nel periodo dell’adolescenza vengono segregati dalla vita collettiva per essere «iniziati» con varie e spesso cruente cerimonie (la circoncisione), l’asportazione di un dente canino, l’incisione sul torace o sulle braccia di profondi tatuaggi). E durame queste dolorose cerimonie (integrate da lunghi e duri digiuni per allenarsi alla disciplina e all’autocontrollo) che il giovane, come in un esame di maturità, impara dagli anziani i segreti della mitologia tribale. Dicevano; «I bianchi sono venuti da lontano per sentirci cantare. Cantiamo loro le nostre canzoni finché il sole scomparirà. Devono rimanere soddisfatti di noi».
Fu così che vidi al tramonto un «corroborì». Il «corroborì» è una danza, è musica, canto, cerimonia sacra. La danza accompagna la musica, mimando scene di vita quotidiana, o la caccia, o raccontando leggende. (…)

australia digeridùPrima del «corroborì », uomini e donne si dipingono, ornando il corpo di punti e strisce colorate. Lo strumento più caratteristico è il «digeridù»: un lungo legno cavo in cui il suonatore soffia come in un corno, cavandone un suono profondo, cavernoso, fortemente suggestivo. Un altro ottiene il ritmo battendo due legnetti. Le donne, sedute intorno, scandiscono il tempo colpendosi con le mani le cosce serrate. I bambini seguono rapiti la danza o corrono attorno al gruppo, appiccando il fuoco alle sterpaglie. (…)

Esco con alcuni Pintubi: andiamo in cerca di cibo. Camminiamo verso ovest. Il sole mi fiacca e non troviamo nulla. Non un canguro, non un rettile, eppure i Pinrubi non si spazientiscono: probabilmente loro conoscono solo la pazienza. Passando nei pressi di alcuni ripari di frasche abbandonati, i miei compagni girano al largo; in quell’accampamento la morte si è portata via una loro giovane sposa. Finalmente si fermano. Incominciano a scavare: i loro attrezzi sono solo di legno. Da una tana tolgono alcuni topolini, ottimi per la cena. Un aborigeno cammina portando sempre un tizzone acceso per essere pronto a fare il fuoco. All’improvviso, un ragazzo scorge uno speciale arbusto e tutti corrono là: cominciano a scavare attorno, strappando le radici dalle quali estraggono un panciuto verme bianco che golosamente infilano in bocca, succhiandolo. Sembra un baco da seta: me lo offrono, ma non ho tanta fame… per accettarlo.
Incrostato di civiltà resto a guardarli invidiando il loro appetito.
Alla sera. ritorniamo all’accampamento. Trovo le donne e i più piccoli, che avevo visto la manina uscire con una ciotola di legno a raccogliere semi da un’erba secca. Fanno il pane. Macinati i semi fra due sassi, le donne mettono fra la brace, con i topi, la pasta ottenuta senza lievito, senza sale, senza gusto oltre a quello della cenere e della sabbia che insieme con il pane mangiano ingerendo i minerali. Io ritorno alla mia tenda e mi cibo con ben altri alimenti, conservati, sterilizzati, gustosi. Ma se anch’io fossi nato fra loro mangerei vermi, rettili, radici , pane di semi che sa di cenere. E otterrei lo stesso risultato. Sopravvivere. (…)

australia uluruConcludo il mio viaggio in Australia all’Ayers Rock che si eleva dal biondo deserto del Centro Australia come un monumento. E’ la più strana conformazione geologica del continente una roccia rossa, modellata dal vento, che con la luce del sole cambia continuamente colore. Nessun monumento, mi pare, può rappresentare a nudo così bene la storia della Terra: le sue caverne, le sue rughe, il suo colore mostrano il fluire del tempo. Oggi porta il nome del suo scopritore bianco, ma per gli aborigeni era l’Ururu», il tempio. Camminandogli intorno, ho visitato le grotte dove gli aborigeni si raccoglievano per le loro cerimonie (in ogni grotta, un altare: c’è la grotta della fertilità, quella dell’iniziazione, quella della contemplazione, con semplici, suggestivi graffiti). Per le ripide, rosse pareti scalo l’Ayers Rock: raggiungo la cima e mi siedo a contemplare il deserto che si perde all’orizzonte, dove il mondo sembra finire…
Come centinaia di turisti intorno a me, aspetto il tramonto. Siamo venuti ad ammirare l’Ayers Rock, non più tempio ma monumento naturale, difeso dalla legge sui Parchi Nazionali con ingresso a pagamento. (…)
Quante ore ho passato, distraendomi dalle funzioni, a rimirare affascinato quell’affresco!
Ecco, è l’immagine di questo affresco che ha fatto nascere in me il desiderio di conoscere da vicino la Nuova Guinea. Così, con un jet partito da Sydney, atterro a Port Moresby, la capitale del Territorio di Papua nella Nuova Guinea e da qui, su un vecchio DC 3, decollo verso l’interno. Il paesaggio, sotto e attorno a noi (c’è sempre Adalberto con me), è tutto a colline; voliamo fra nuvole e nebbia: l’aereo segue le valli per orientarsi e sfiora montagne boscose che oltrepassano i quattromila metri.
indigeni australia nuova guineaDopo vari tentativi, girando attorno, il DC 3 riesce a trovare un buco fra le nuvole e atterra a Goroka, duemila metri sopra il livello del mare. Ma non è finita. Devo noleggiare un piccolo aereo che mi porterà sulle montagne dei Chimbu, dove mi aspetta un missionario italiano che mi farà da guida. Con un volo straordinario, seguendo valli a strapiombo sui fiumi, tra densi vapori di nuvole equatoriali, atterriamo sull’Air Strip (un aeroporto in salita) di Onkolai.
Siamo oltre i duemila metri: il sole scotta e l’aria è fresca. La vegetazione copre tutto di verde: dappertutto fiori. Il nostro piccolo aereo ci lascia e rimaniamo soli, o almeno senza vedere altri bianchi. Aspetteremo qui il missionario italiano. Passano le ore. Intanto, attorno a noi, che siamo oggetto di grande interesse, si fa sempre più nutrita la compagnia dei Chimbu. Mi toccano i capelli che sono biondi e lisci, i loro sono neri e ricci. Qualche Chimbu se li è ossigenati e stirati per sembrare un bianco. C’è chi porta anche la cravatta, senza la camicia, a torso nudo, quale distinzione dell’essere civile.
Ogni uomo porta infilata nella cintura la sua ascia: il loro aspetto è, proprio come nell’affresco della mia chiesa, tutt’altro che rassicurante. Sento che anche loro studiano il nostro aspetto, le nostre intenzioni. Sono questi i momenti in cui si stabiliscano i rapporti. (…)

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