Venerdì 10 Luglio 2020 - Anno XVIII
Cucina giapponese

Cucina giapponese

Cucina e cultura del mangiare nella descrizione degli “esperti”

Anche se nella gastronomia anche l’occhio vuole la sua parte sono tante le sciocchezze e le banalità che si leggono. A parte divertirsi nella lettura delle recensioni che presentano locali, piatti e pietanze, viene da dirsi: “Ma un bel uovo al tegamino ammannito a casa propria, proprio no?”

Cultura del mangiare Tagliatelle-al-ragù

Tagliatelle al ragù

È a tutti ben noto che, gastronomicamente parlando, “Anche l’occhio vuole la sua parte” (e a tavola non è raro il buontempone che ricordando ‘sta tragica battuta avvicina alla cavità orbitale una forchettata di tagliatelle, o un bicchiere colmo di Barbera …). Ma a dare (appunto) un occhio alla (diciamo) Stampa (si fa per dire) Gastronomica (nel senso di quella letteratura che recensisce, o, più semplicemente, fa “l’areclàm” ai posti mangerecci) c’è da restare un filino preoccupati anche per quanto riguarda il rapporto tra la parola e il palato. La cultura del mangiare viene banalizzata con presentazioni sdolcinate, sostantivi (dicevasi antan) ‘triti e ritriti’, sviolinature, glamour da rotocalco anni ’50, frasi ‘fatte’, parole già fané ai tempi di Liala.

Cultura del mangiare uovo-al-tegamino

Uovo al tegamino

Una prova? Giusto una curiosità, un divertissement, la trascrizione di alcuni passaggi nella presentazione e commento di alcuni ristoranti milanesi e dei piatti ammanniti. Roba che, a mio misero avviso (vabbè non sarò un gourmet, né, tantomeno, un romantico), terminata la lettura proponente tanto giulebbe, invece della cultura del mangiare, sogni solo di startene a casa e friggerti un bel uovo al tegamino. Beninteso, olio extravergine (cos’è quella balla che si frigge con liquidi detti olio ma più simili alla Boario?), sul tutto una bella grattata di parmigiano/reggiano giusto (tipo quello delle Vacche Rosse arzàne, nel senso dell’Appennino reggiano), non senza, in cima, una bella generosa stubettata di Triplo Concentrato (tipo quello della Mutti, che, amo sempre commentare, “lo mette in quel posto a tutti”). Roba semplice, la suesposta casereccia mangiatina, da godersi – già detto – a casa, in –come si dice – grazia di dio. Dopodiché al tutto vanno canonicamente aggiunti un pane giusto (e in giro non c’è che l’imbarazzo della scelta, grandi i prestiné milanès ma anche tutti gli altri italici…) e ça va sans dire una bella buta di Barbera. Il tutto, già detto, a casa propria, in grazia di dio. O no?

Cultura del mangiare attraverso la pubblicità redazionale

Cultura del mangiare Cocktail-di-verdure-mauritiano

Cocktail di verdure mauritiano

Se invece il cortese lettore non fosse d’accordo con la mia “teoria casereccia” (elaborata al termine della lettura delle vaccate proposte) andrà a trascorrere la serata in uno di quei posti mangerecci proposti dalla pubblicità redazionale pubblicata il 8 luglio su un quotidiano milanese e di cui trascrivo in calce i passi più (diceva Tonino Carino della Raitivù sportiva) salienti … La cucina è rispettosa della tradizione giapponese ma al contempo si accende di un guizzo creativo (mai una volta che, come diceva Zavattini, Buon Giorno voglia dire Buon Giorno…, ndr) che fa suoi gli ingredienti del mondo (ma non mi dica!, epperò due cappellacci di zucca…, in un ristorante jap…, ndr) … la sensazione è di trovarsi in un fondale marino (ma per mangiare il pesce si va al ristorante, non all’Acquario, o no?).
… Cocktail di gamberi ideato durante un viaggio alle Mauritius abbina frutta, pesce e salse, ideale da gustare in abbinamento al (te pareva, ndr) Ferrai Perlè metodo classico, un millesimato ricco di sfumature sensoriali (Ohèi la Peppa, ndr) e sentori di mela renetta, agrumi, pesca bianca, fior di mandorlo e note tostate  (ma non mi dica! Ma forse forse non manca pure una spruzzata di Pastiglie Valda?)…

Cultura del mangiare: parla come mangi

Cultura del mangiare Ristorante-enoteca-Pillhof

Ristorante enoteca Pillof

… Lega il suo successo all’anima della cucina, italiana con qualche nota creativa, e al servizio professionale, come si usava una volta, con uno staff competente e attento alle diverse esigenze (si spera caste, ndr). Se l’ambiente lo connota come ristorante per occasioni importanti, in realtà è vissuto con una certa frequenza da habituè e da chi ricerca la comodità di andare sul sicuro se deve invitare amici, clienti o la dolce metà (ma a mio modesto parere accettano pure l’amante…, ndr)… colonnato centrale in granito e ampie volte a vista (forse non commestibili, ndr) che donano l’aurea (che sarebbe poi l’aura, e se vale il detto “parla come mangi….”) di un’antica corte interna. L’atmosfera è al contempo frizzante e raffinata (ma non mi ri-dica!) diversi elementi rievocano la Belle Epoque (manca solo Toulouse-Lautrec a bere assenzio). Lo chef ha voluto riportare in auge i sapori cari della tradizione attraverso una ricca carta che spazia tra proposte di carne e di pesce, pizze senza lievito e una selezione di piatti tipici lombardi (e a ‘sto punto mancano solo il Cous Cous e la Zuppa Inglese dopodiché vai col Tandoori!). Il locale, per il suo eclettismo, è anche riservabile in esclusiva (e se invece non fosse eclettico?, proprio no?), a contorno una carta vini interessante con bottiglie appoggiate qui e là a dare colore e invogliare la bevuta (ma se gli porto là la mia Pattuglia della Sete, stia tranquillo, il padrone, la posizione della merce costituirà solo un dettaglio).
Cuntent? E quelle belle uova al tegamino, di cui sopra, proprio no???

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