Venerdì 12 Dicembre 2025 - Anno XXIII

Langhe, intima geografia delle parole

“Nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (Cesare Pavese). “Nelle ventose colline delle Langhe, scocca inevitabile l’ora della nostalgia e della riflessione” (Beppe Fenoglio)

Langhe Il paesaggio è il teatro della poesia pavesiana, un paesaggio composito e ricco di elementi antropici, agrari e naturalistici
Il paesaggio è il teatro della poesia pavesiana, un paesaggio composito e ricco di elementi antropici, agrari e naturalistici

È così in tutti i luoghi che ci appartengono. In quelli, poi, densi di suggestioni letterarie vissuti da Cesare Pavese e da Beppe Fenoglio, il paesaggio delle Langhe, segnato dal fluire delle stagioni, è di grande fascino e sembra attendere i visitatori per “raccontarsi”.
Se il periodo di passaggio tra l’inverno e l’estate è il momento privilegiato da Pavese, quando la natura si mostra in un continuo divenire, sono invece la bruma, le nebbie o l’interminabile pioggia delle Langhe, gli elementi che predispongono l’animo a un letargo stagionale e alla meditazione.

Terra di narratori e di poeti
Cesare Pavese
Cesare Pavese

In una terra aspra e avara, ricca di simboli ancestrali, i narratori non inseguono più il sentiero della tradizione ma, accomunati dal respiro delle colline, affondano la loro visione nel realistico vissuto, segnato dal travaglio storico delle popolazioni rurali, durante l’ultima guerra.
Su uno sfondo di narrazione letteraria e di resistenza, l’alternanza di boschi, prati e casolari sperduti, rivela una dimensione umana.
Sui percorsi soffici ed erbosi delle Langhe (“in un niente si è all’apice della felicità del camminare in un libero alitare dei venti (Pavese)”. Sulle creste delle colline della Valle del Belbo si spazia a vista d’occhio e in giornate limpide, si scorge la dorsale alpina e il mare, che sfuma, lontano.

Cesare Pavese
La casa natale di Pavese
La casa natale di Pavese

Cesare Pavese nasce nel 1908 (quest’anno si sono festeggiati i cento anni dalla nascita) nella cascina paterna in località San Sebastiano. La madre Consolina proviene da una famiglia di ricchi commercianti di Casale Monferrato, mentre il padre Eugenio è cancelliere al tribunale di Torino. Nel 1916, dalla cascina di San Sebastiano si trasferisce a Reaglie, vicino a Torino e la sua vita si svolge tra Torino, Roma, la parentesi del confino a Brancaleone Calabro e un periodo a Serralunga di Crea, presso la sorella Maria. Ritorna spesso a Santo Stefano Belbo, sprofondando nel mito stesso della sua memoria. Definito “demone dello stile”, Cesare Pavese insegue con strenua ricerca formale l’alto esempio del conterraneo Alfieri, giungendo all’essenzialità dopo un lungo e graduale percorso.
Nel leggere” annota “i pensieri da noi pensati, questi acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Mentre le parole degli altri risuonano in una zona già nostra, che già viviamo, facendola vibrare”. Di rilievo la sua primaria attività di traduttore di scrittori inglesi e americani classici e contemporanei: da Defoe a Dickens, da Melville, Anderson a Faulkner, Stein, Steinbeck e Hemingway.

La mitica Langa
Santo Stefano Belbo
Santo Stefano Belbo

La verde valle del Belbo, i sentieri, i prati, rievocano i luoghi, le scoperte e le avventure del futuro prosatore e traduttore della letteratura anglosassone e del nuovo mondo. Costituisce altresì lo scenario naturale di alcune fra le principali opere di Pavese, ambientate in frazioni o cascinali collinari.
A Santo Stefano Belbo la sua casa natale si trova un po’ fuori porta, sullo “stradone” per Canelli, mentre il paesaggio dell’infanzia, il mondo fantastico di vigne, rive e coltivi rimarrà, tra sogno e realtà, una fonte inesauribile. È qui che attinge gli archetipi ancestrali della storia umana che ripropone. Le Langhe (o Langa) diventano un paesaggio mitico, forte di suggestioni per la letteratura contemporanea.
“Pavese ha fatto scendere dall’Olimpo e salire dagli inferi gli dei per farli muovere nelle Langhe, in mezzo a vigne, contadini, rive”, così si espresse Giorgio Bàrberi Squarotti. I falò di primavera evocano quelli sacrificali dell’antica Grecia, mentre le vigne e i campi di granturco diventano luoghi del mito e delle simbologie al di fuori dello spazio e del tempo. “Le colline, con le loro linee sinuose, assumono forme erotiche di attributi femminili, mentre le crepe aride della terra sanguinano” (Franco Vaccaneo).

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Nuto, personaggio chiave degli scritti di Pavese
Nuto con la collina di Gaminella alle spalle
Nuto con la collina di Gaminella alle spalle

Nuto (al secolo Pinolo Scaglione) artigiano-musicista, amico di infanzia e figura “Virgiliana” dello scrittore, lo conduce tra i sentieri, per le vigne, sulle creste dei colli. Pavese ascolta le storie dei vivi e dei morti di questa valle chiusa dalle colline, dove contano solo le stagioni e il tempo sembra non passare.
Reinventa e trasfigura le storie. Nel suo ultimo romanzo lo chiamò Nuto, diminutivo di Benvenuto, perché giunto nel momento propizio. La sua falegnameria, passata al Comune del paese, costituisce una duplice testimonianza di museo pavesiano e di un’attività artigianale strettamente collegata all’economia vitivinicola di queste terre.
La Langa della storia, delle lotte, della miseria e della fatica dei contadini, diventa così la Langa del mito. Dall’incontro tra il letterato e il falegname nasce “La luna e i falò“, il più emblematico romanzo del ritorno e della campagna ritrovata, rivelatore della sua più intima vena. La sua casa natale è in corso di restauro.

Centro Studi “Cesare Pavese”
Nuova sede del Centro Studi
Nuova sede del Centro Studi

Occupa uno dei siti più importanti della storia religiosa di Santo Stefano Belbo, il complesso della Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, risalente  al XIV secolo e successivamente restaurato, rimaneggiato e impreziosito in epoca barocca ad opera dei marchesi di Incisa. “La nuova sede del Centro Studi Cesare Pavese con Museo, Biblioteca e Foresteria, realizzato dall’Arch. Mamino nel 2000” racconta Franco Vaccaneo, Direttore della Biblioteca del centro “è diventata un polo d’attrazione nel nome dello scrittore e della cultura delle Langhe, proiettato in una dimensione universale e connota in modo originale il tessuto urbano di Santo Stefano, dando una nuova ambientazione alla via e al percorso medioevale”. È un modo per mantenere vivo lo studio e il ricordo di Pavese, amatissimo da cultori di tutto il mondo, dopo che l’alluvione del 1994 danneggiò nella precedente sede anche i suoi fondi librari e archivistici.
Il Nuovo Centro, ricostruisce la completa documentazione bio-bibliografica dello scrittore. Ricco di memorie, di manoscritti, lettere e libri della biblioteca pavesiana, con numerosi testi di mitologia classica, dispone di articoli e saggi di critica pavesiana, tesi di laurea. Rappresenta  una sfida intellettuale che supera i localismi culturali, instaurando un dialogo tra il paese natio e il resto del mondo. La struttura ospita ventun disegni preparatori alle cinque tele del ciclo “La luna e i falò” (olio su tela) realizzate da Ernesto Treccani nel 1962.
In una vetrinetta del Museo si trova l’edizione con copertina rossa de “I dialoghi con Leuco” su cui Pavese scrisse le sue ultime parole prima di togliersi la vita, nell’albergo Roma di Torino, il 27 agosto 1950: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate pettegolezzi. Cesare Pavese”.

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Beppe Fenoglio
Beppe Fenoglio insieme alla madre
Beppe Fenoglio insieme alla madre

Il più grosso ed evoluto di tutti i paesi delle basse Langhe” scrive Fenoglio (1922-1963) “ha preso riflesso dall’attigua e prospera pianura, che ha il suo ‘leading feature’ nella grande piazza centrale dove si respira aria cittadina”.
Permeato da una tensione astrattiva, anche Fenoglio si allontana da modelli letterari coevi, spingendosi verso innovazioni stilistiche ardite. La sua lingua, dopo penosi rifacimenti, si fa azione, gesto, nel ritmo narrativo. Scrive per un’infinità di motivi e non per divertimento, ma piuttosto “with a deep distrust and a deeper faith” (con profonda sfiducia e più profonda fede). S’ispira a una lingua, biblica ed omerica, mediata dalla letteratura anglosassone, sua lingua d’elezione, praticata come esercizio mentale e usata con grande inventiva, tanto da coniare, secondo il critico Saccone, un vero “fenglese”.
Nel grande affresco di ambientazione contadina langarola “La Malora”, la sua tormentata scrittura dà vita a un’epica paesana e a un dibattito vivo dei rapporti tra lingua e dialetto. Il senso della “malora” perseguita i contadini da secoli e le sue pagine rivelano l’accorato travaglio. Qui, lo stile e la struttura prevalgono sull’ideologia.

Il partigiano Johnny
La copertina de
La copertina de “Il partigiano Johnny”, Einaudi

La Valle del Belbo rappresenta il terreno su cui dopo la spensierata stagione adolescenziale, prende corpo la vicenda del solitario Johnny nelle deserte colline. Uno scenario prezioso di spunti e temi cui Fenoglio dà una consistente dignità letteraria. Le Langhe si rivelano – secondo Maria Corti – una “mappa del mondo”, un microcosmo di sentimenti universali dove accanto all’avventura esistenziale del protagonista si profila il futuro corso degli eventi e del modello americano, preponderante su quello della vecchia civiltà anglosassone. Ma già nella prima edizione del 1968 di “UR Partigiano Johnny” – con nove capitoli stesi in inglese, per certi versi autobiografico – emerge un enzima poetico, amaro e acuto della guerra. Tema privilegiato diventano persino le raffiche e i buchi iper reali, astratti e quasi segreti, prodotti dai colpi. E in battaglia al protagonista “gli pareva non di correre sulla terra, ma di pedalare sul vento delle pallottole”. Un rifugio ideale, dove con la delusione si consuma l’utopia rigeneratrice del puritano Johnny, fatalmente destinato alla sconfitta.
Nel 2000 esce una significativa versione cinematografica del romanzo. Nell’ultimo scorcio di guerra Fenoglio realizza il sogno della sua vita, quello d’incontrare gli inglesi e tenere i collegamenti con la missione inglese nel Monferrato. La sua visione pessimistica, la complicità del paesaggio di Langa, alto e selvaggio, differiscono dal sentire pavesiano del mito. Gli antichi richiami di un primitivo universo collinare, sono percepiti dallo scrittore come un mondo in antitesi, vibrante tra una forte attrazione e una inevitabile repulsione.

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Santo Stefano Belbo
Santo Stefano Belbo in una cartolina di inizio '900
Santo Stefano Belbo in una cartolina di inizio ‘900

Situato nella parte sud orientale del Piemonte, Santo Stefano Belbo è uno dei duecentocinquanta Comuni appartenenti alla Provincia Granda. Il fazzoletto di terra, poco più di ventitre chilometri quadrati, si sviluppa ai margini delle Langhe, su un territorio in gran parte collinoso, costituito da marne calcaree e arenarie, che scivolano nella piana alluvionale formata dal torrente Belbo.
Il millenario abitato posto in posizione strategica all’inizio della strada che si snoda lungo la valle e la dorsale Belbo-Bormida, incrociando la strada proveniente da Alba, risale all’anno mille, se non prima. L’insediamento originario d’epoca romana era un posto militare fortificato lungo la strada di collegamento con Asti (Hasta) e Alba (Alba Pompeia) con i centri della Riviera di Ponente: Varazze (Varagine), Albisola (Alba Sextilia), Albenga (Alba Ingauna). Rimangono testimonianze del borgo costruito in epoca medievale e il castello (castrum) sulla collina di Santa Libera oltre che del convento benedettino (San Gaudenzio) edificato sui resti di un più antico tempio dedicato a Giove. Il corso del Belbo suddivide il territorio in due parti: a nord la Bassa Langa o domestica, tratteggiata da Pavese e a sud la Langa selvaggia.
La coltivazione della vite è la principale risorsa del paese e dei dintorni. Mentre la Bassa Langa monopolizza la vite come nel Monferrato, l’alta Langa è caratterizzata da boschi, pascoli e da un’agricoltura diffusa.

Notizie utili

Relais San Maurizio – Hotel del Monastero
Santo Stefano Belbo (Cuneo) – telefono 0141 841900 – fax 0141 843833
E mail:  info@relaissanmaurizio.it
Sito internet: www.relaissanmaurizio.it

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