Martedì 6 Dicembre 2022 - Anno XX
L’erranza e gli aborigeni australiani

L’erranza e gli aborigeni australiani

Ruscelli, rocce, alberi. In Australia, gli aborigeni cantano ogni elemento che compone il paesaggio. Il territorio diventa così una sorta di spartito in cui tutto ha un significato. Un nuovo episodio della rubrica sulla “Storia del camminare” ci conduce lungo questi sentieri, le antiche Vie dei Canti

Come un moderno Gps

Il Didgeridoo, antico strumento a fiato aborigeno
Il Didgeridoo, antico strumento a fiato aborigeno

“In teoria tutta l’Australia somigliava agli spaghetti”, diceva così, a Bruce Chatwin, Pat Dodson, il Padre Flynn nella finzione narrativa de “Le Vie dei Canti”, per semplificare il concetto delle tjuringa lines.

Il concetto è intraducibile per gli strumenti culturali occidentali. In pratica, le Vie dei Canti erano una descrizione cantata dettagliatissima del territorio. Una sorta di mappa per muoversi nell’immenso deserto australiano. Grazie ad esse gli aborigeni sono capaci di orientarsi in una regione priva di tratti distintivi, riuscendo a rilevare un punto preciso tramite la vegetazione o un leggero rialzo nei contorni del paesaggio.

Lo stesso Chatwin, nei suoi diari, scrive stupito: “Ogni albero era un’insegna al neon. Non c’era parte della regione che fosse insignificante ai loro occhi. C’erano solo gradi di significato”. In realtà, le Vie dei Canti per gli aborigeni erano molto di più. Il biografo di Chatwin, Nicholas Shakespeare, le definisce “al tempo stesso una mappa, un lungo poema narrativo e la base della vita religiosa e tradizionale degli aborigeni”. Chatwin le paragonava a una “mappa”, un’ “antenna” – oggi diremmo una sorta di Gps – ma anche una “specie di passaporto e insieme di buono pasto” – infatti puoi camminare solo lungo la Via del Canto del tuo Totem ricevendo assistenza e ospitalità.

Ogni “Via” ha un proprio “Canto”

Viso dipinto
Viso dipinto

Sempre l’autore inglese diceva: “l’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti, ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni ‘episodio’ è leggibile in termini geologici”.

Ogni aborigeno è perciò tenuto a cantare la propria terra per rigenerarla, per renderla viva, camminando sulle orme del proprio Totem. Questa pratica prende il nome di “walkabout”.

Per riassumere, l’intera cultura degli aborigeni australiani – tramandata di generazione in generazione attraverso una tradizione orale tuttora attiva – è fondata su una complessa epopea mitologica fatta di storie e di geografie che insistono nello stesso spazio, il “dreamtime”. Ogni Via ha un proprio Canto e l’insieme delle Vie dei Canti costituisce una rete di percorsi erratico-simbolici che attraversano e descrivono lo spazio come una sorta di “guida cantata”.

Erranti, non nomadi

È come se il Tempo e la Storia venissero ogni volta ritualizzati camminandoli, ripercorrendo i luoghi e i miti ad essi collegati in una deambulazione musicale allo stesso tempo religiosa e geografica. Questo tipo di percorso, ancor oggi visibile nelle culture aborigene, appartiene a uno stadio dell’umanità precedente a quello del nomadismo, un periodo che possiamo definire “erratico”. È importante, infatti, fare una distinzione tra i concetti di erranza e di nomadismo. Mentre il percorso nomade è legato agli spostamenti ciclici del bestiame durante le transumanza, quello erratico è legato agli inseguimenti delle prede dell’uomo raccoglitore-cacciatore dell’età paleolitica. Questa situazione durò fino al neolitico, quando l’uomo pose la prima pietra sulla Terra.

(15/02/2010)

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