Martedì 6 Dicembre 2022 - Anno XX
Un francese a Mosca

Un francese a Mosca

L’esperienza di tre anni vissuti in Russia senza sapere una parola in cirillico a parte “da” e “niet”. Il racconto di Christian Kergal, direttore di Atout France Milano, l’Ente del Turismo Francese in Italia

Una via cittadina
Una via cittadina

In attesa di trovare un appartamento in cui risiedere, in attesa dell’arrivo della mia famiglia, in attesa ancora di avere un’auto con la quale rendermi autonomo, appena arrivato ho dovuto fare i conti con imprevisti ostacoli, altrove del tutto assenti.

A Mosca c’è un’associazione che si occupa di trovare un alloggio agli stranieri che arrivano. Trattandosi nel mio caso di un periodo di tempo limitato (il famoso primo mese!) era impensabile soggiornare, a prezzi davvero altissimi, in uno degli hotel del centro storico.

Quindi, arrivo alle 18 all’aeroporto; alle 19 e qualcosa un taxi mi lascia davanti a un palazzone periferico, di quelli che noi definiamo “staliniani”: grande, grigio, malandato. I pulsanti del citofono sono tutti regolarmente senza nomi o sigle; niente di niente, a proteggere l’anonimato tanto caro ai russi. I tentativi non sortiscono alcun effetto, nemmeno con l’aiuto del taxista che poi se ne va; quindi arriva una studentessa che qualche parola di inglese la conosce, alla quale chiedo aiuto; schiaccia un po’ di bottoni cercando un contatto, senza successo.

La faccenda si fa seria. Viene buio e non so dove andare a sbattere per trascorrere la mia prima notte moscovita. Alla fine telefono all’associazione che aveva “prenotato” la famiglia e finalmente il portone viene aperto da una donna sulla sessantina, musona ma gentile, che mi fa entrare in casa. Vocabolario alla mano, tento qualche approccio, senza grande successo; intanto mi guardo d’attorno. L’appartamento, piccolo e pulitissimo, è arredato con mobili stile anni Cinquanta ma c’è pure un grosso frigorifero, questo di fabbricazione molto più recente. Costo contenuto e comodità all’essenziale; spendo 30 € per il pernottamento, somma che la signora che viveva sola (“marito sparito”, riesco a capire, grazie al vocabolario!) dividerà con quelli dell’associazione. Seguono altre due notti così, poi mi trasferisco all’hotel!

Traffico avviluppante
Traffico avviluppante

Il 30 agosto, oramai convinto di essere divenuto “prigioniero della città” – una città della quale non si riesce a capire dove finisca – ritorno a Mosca, questa volta con l’intera famiglia. Il primo settembre, sistemati nell’appartamento che non è lontano dall’Ambasciata di Francia e dalla statua di Lenin, decidiamo di “fare un salto” all’Ikea per arredare la nostra nuova casa. Dalla casa, in zona centrale, all’Ikea che è al contrario in periferia, ci sono una ventina di chilometri. E qui scopro cosa significhi girare in auto a Mosca.

Premesso che le strade pedonali della capitale sono due o tre in tutto, noto che la grande passione dei russi è usare l’automobile. Lo spazio non manca e le strade di grande scorrimento sono a tre, sei corsie. Più le auto sono grosse e più gli autisti fanno quello che vogliono; il codice della strada è un optional e tutti sfrecciano allegramente, sapendo dove debbono andare. Non è naturalmente il mio caso; sbaglio la corsia che immette verso l’Ikea e arranco per cinque, sei chilometri (impensabile un’inversione di marcia) prima di poter ritornare e imboccare quella giusta; risultato, tre ore di fila per andare e altrettante per tornare. La “gita” fuori porta ci consente tuttavia di fare i nostri acquisti, di mangiare al ristorante dei grandi magazzini e di venire persino allietati da una banda dell’esercito che suona marcette e sfoggia impeccabili divise militari. Veniamo poi a sapere che il 1° settembre è la festa della città. Il primo impatto “automobilistico” è stato devastante; con l’uso del navigatore satellitare, andrà meglio in seguito.

Le meraviglie della città
Le meraviglie della città

Mesi dopo, prese le necessarie “misure”, troviamo il tempo per conoscere un po’ più a fondo Mosca. Soprattutto il centro storico, che riserba molte piacevoli sorprese.

Fra queste, i ristoranti della tradizione e della cucina locale, con molti giovani che accompagnano i pasti e le cene a suon di musica, anch’essa tradizionale; piccoli complessi formati da studenti che in questa maniera guadagnano qualcosa in più per pagarsi gli studi. Belli i quartieri vecchi con alcune case fabbricate in legno, naturalmente un tempo molto più numerose di quanto lo siano ora; poi, la scoperta di una popolazione semplice e alla mano, che vive in maniera molto differente e decisamente più “umana” rispetto alla élite dei nuovi ricchi, generalmente di scarsissima cultura e decisamente asociali; pare che siano cresciuti come i funghi (i nuovi ricchi) dai tempi ormai lontani della “perestroika”. Vivono in un mondo tutto loro, nel quale il denaro e la corruzione scorrono spesso su identici binari.

Il popolo dei “semplici”, verrebbe da dire di una Russia “tolstojana”, è alla resa dei conti quello che meglio risponde all’esigenza di una sia pur minima convivenza sociale. Senza contare che, io e la mia famiglia, abbiamo scoperto che si possono fare davvero delle gradevoli “gite fuori porta”, visitando le famose “dacie” immerse nel verde; per le esigenze familiari, poi, vi sono i diffusissimi magazzini Auchan, che hanno sostituito i Carrefour un tempo molto presenti. In questi posti si può mangiare (bene) senza spendere una fortuna.

Un altro ricordo, anch’esso gradevole, è quello che ci ha visti prendere il lunghissimo treno (quasi un chilometro di vagoni!) per San Pietroburgo: partenza a mezzanotte, arrivo alle sette del mattino; uno scompartimento con quattro comode cuccette e all’alba una deliziosa colazione con dolcetti e stuzzichini vari, più vodka (!) e falso caviale. San Pietroburgo, a me e ai miei cari, è sembrata una “bella addormentata”, circondata appunto dai boschi; molti bellissimi palazzi e grandiosi musei, ai quali hanno messo mano una folla di artisti italiani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA