Mercoledì 21 Aprile 2021 - Anno XIX
Vacanze in Fattoria

Vacanze in Fattoria

I mille volti dell’agriturismo: cronaca semiseria delle croci e delle delizie di una vacanza agrituristica vista dall’altra parte della barricata. Quella del padrone di casa

Aldilà della retorica e dei luoghi comuni, quello tra agriturista e agricoltore è un rapporto difficile. Lontani i tempi in cui l’ospite, sparuto tra aziende sparute, cercava la campagna ruspante. Ora che sia l’offerta che la domanda si sono moltiplicate in progressione geometrica, tra vacanzieri e operatori agrituristici si trova di tutto. Coll’inevitabile corollario di equivoci, polemiche e, talvolta, strascichi giudiziari.

Luoghi comuni vacanzieri

vacanzieri foto-di-Ziegler175Perché c’è agriturismo e agriturismo. Il modello purtroppo dominante è anche quello più falso, cioè quello delineato dall’immaginario pubblicitario: uccellini che cinguettano in ogni stagione, una natura rigogliosa ad ogni latitudine, dove non piove mai, c’è sempre il sole e fa perennemente fresco, un ambiente in cui tutti sono contenti, spensierati e impegnati in attività bucoliche. Gente di campagna bonaria e un po’ tonta, impegnata giorno e notte a intrecciare i vimini e preparare torte (con ingredienti ovviamente “naturali” e prodotti rigorosamente “dell’orto”), oppure a raccogliere frutta lucida e pulita come appena uscita dalla lavatrice, eccetera.
Poi c’è l’agriturismo visto dall’altra parte della barricata, quella dei gestori delle strutture ricettive. O meglio, dei “contadini” come li definiscono gli ospiti. Ed è tutta un’altra musica. Indifferenti al fatto di trovarsi ora nella casa di un coltivatore diretto con qualche ettaro di terreno e ora nella dimora di un aristocratico con latifondi grandi come un comune di medie dimensioni, decisi a pretendere che la campagna coltivata nella loro fantasia trovi un puntuale riscontro nella realtà, agli occhi del “contadino” i turisti hanno spesso pretese assurde e al tempo stesso “bevono” le bufale più incredibili, servite loro da qualcuno più scaltro degli altri. Il risultato è un quadro spesso tragicomico, dove la fantasia dell’ospite, nella stragrande maggioranza dei casi, genera mostri esattamente come il sonno della ragione nelle parole di Goya.

Natura intatta. O no?

Cavalli Agriturismo Il Borgo di Cimafava

Cavalli Agriturismo Il Borgo di Cimafava

Lo sciocchezzario in salsa rustica che un ipotetico infiltrato nei segreti recessi della vacanza agrituristica del signor Rossi potrebbe raccontare è vastissimo. La natura, l’agricoltura e la possibilità di vita all’aria aperta sono sempre requisiti essenziali, ma solo se asettici come negli spot: il concime non puzza, le api non pungono, il sole non brucia. Male che vada, il turista preferisce una campagna di cartapesta a quella reale, purché coerente al modello che si era prefigurato. Una campagna da carosello insomma. Gli insetti, se proprio devono esserci, stiano a distanza, tanto per rassicurarci che l’ambiente è intatto ma, vivaddio, ci mancherebbe che ci pungessero o ci infastidissero.
Le strade? Che diamine: se servono a fare da sfondo alle fotografie e ad abbellire il paesaggio, che siano rigorosamente bianche. Ma se servono per spostarsi devono essere asfaltate fin sulla soglia di casa: mica posso sporcare di polvere il coupè! Gli animali domestici? Per definizione sono tutti buoni, mansueti, disposti a farsi accarezzare, pizzicare, strattonare, seviziare da bambini pestiferi che li scambiano per il peluche di casa. E naturalmente messi in bella vista in una gabbietta, come in una sorta di giardino zoologico della ruralità. Sia chiaro, poi: sono sì bestie, ma devono profumare come cristiani perché l’immaginario dell’agriturista in genere non prevede la presenza di cattivi odori o di “deiezioni”.

Il buon Fattore

Per l’ospite medio, tuttavia, la maggiore attrazione della fattoria sono senza dubbio i proprietari. Il cliché ne propone di due categorie. Il più diffuso è il modello “buon selvaggio”: lui corpulento, baffoni, faccione buono, perenne camicia a quadri e magari cappello di paglia stile spaventapasseri, abile nell’affettare salumi e spalare letami, gioviale quanto basta ma di poche parole, aria non sveglissima; lei della stessa stazza di lui, con grembiule, fazzoletto in testa, infaticabile confezionatrice di marmellate e di confetture, preferibilmente taciturna ma indicibilmente servizievole anche di fronte alle più assurde richieste del cliente. In alternativa, specie se i soggetti sono più giovani, c’è il tipo “hippy”: lui addobbato stile Blek Macigno, mocassini mohicani, coltellone alla cintura (forse per difendersi dagli anaconda annidati nelle rogge? Forse per intagliare con maestria rami di magnolia?), capello lungo tendenzialmente unto, come del resto la criniera dell’immancabile cavallo (in campagna tutti vanno a cavallo, no?), con la vocazione della guida-accompagnatore; lei invece simile a una squaw, esile, maniaca dell’alimentazione biodinamica, ossessionata manipolatrice di cereali e di cibi “naturali”. vacanzieri Casa ContadinaPer il turista, scoprire che il padrone di casa è una persona normale rappresenta spesso un’indicibile delusione. Secondo lui il proprietario alloggia per definizione in una casa del tutto simile al famoso mulino bianco televisivo: affacciata direttamente sui campi, panorama a perdita d’occhio, lambita dalle acque fresche e gorgoglianti di un torrente (ranocchie, zanzare e bisce no, non sono previste dal copione, e il fango neppure), costruita con materiali “naturali” (ma che vuol dire?) e arredata con mobili immutabilmente “della nonna”. Il restauro del fabbricato, va da sé, sarà stato “sapiente”. Alberi e giardini sono verdi e fioriti in ogni stagione, gennaio compreso. Il focolare è sempre acceso e crepitante, anche in estate, a 40°. Su di esso si arrostiscono a tutte le ore – o meglio in quelle in cui il turista ne ha voglia – immense bistecche e si cuociono gran pani fatti in casa da massaie perennemente gobbe sul matterello, in un clima spensierato e gaudente.

L’esigenza dei vacanzieri

vacanziere Prodotti tipiciIn questo quadro bucolico l’ospite si aspetta poi che si svolgano altre non meglio identificate “attività”. Una vera quanto indefinita ossessione. Su di esse, al momento della prenotazione, il potenziale cliente puntigliosamente si informa: “Quali sono le vostre attività?”, chiede quasi sottintendendo “Ci mancherebbe altro che non ci fossero!”. La risposta che vorrebbe sentirsi dare è: corsi di mungitura, setaccio delle sementi, stage di cucina tipica ma ipocalorica, visite guidate a stalle e frantoi con degustazione di prodotti tipici (leggi: merenda gratis), raccolta di ortaggi (ma senza sporcarsi le mani né piegare la schiena), passeggiate (“lunghe”, è ovvio) tra i boschi, percorsi-natura. Quando il vacanziere arriva a destinazione, queste sue esigenze in genere sfumano di colpo. E l’agriturista pretende invece, nell’ordine: una piscina semi olimpionica ove tuffarsi “a bomba” lanciando alti lai e sollevando altissimi spruzzi, con comode sedie a sdraio disposte ordinatamente ai bordi, sala tv con parabola, chiosco delle bibite stile Bagno Balena, qualche intrattenimento serale (magari quattro salti in disco, ma country, a volume non troppo alto, in fondo siamo in campagna).

Nelle camere, ovviamente aria condizionata da torcicollo d’estate e caldo tropicale d’inverno, perché lui, quando è a casa in città, è abituato a stare in canottiera, col termosifone al massimo e le finestre spalancate, alla faccia dell’ecologia e della sobrietà dello stile di vita campagnolo. L’agriturista medio di norma fa rientrare nel novero delle “attività” anche il lavoro agricolo. Quello svolto dagli altri, naturalmente. Lo spettacolo della gente che lavora la terra è, per lui, tra i più inebrianti. Purché, che diamine, i dettagli estetici siano tutti al loro posto: i contadini, ad esempio, siano vestiti in vero costume da contadino, stile mondina di Riso Amaro o il nonno della Valle degli Orti; al braccio portino sporte e panieri come in un racconto del Verga; gli aratri vengano trainati da buoi muggenti e le operazioni colturali – dalla vendemmia alla raccolta delle olive, dalla fienagione al pascolo degli armenti – siano prontamente allestite a richiesta, in barba alle stagioni e ai tempi dell’agricoltura. Se non è così, qualche giorno dopo la partenza fioccano le lettere di protesta: “In giugno ho trascorso da voi un’intera settimana e non ho visto raccogliere un solo grappolo d’uva: imbroglioni!”, oppure “La vostra non è una vera fattoria: a Pasqua non ho visto produrre una sola goccia d’olio nel vostro frantoio” e così via delirando.

Oh… paesaggi del “buon riposo”!

Sebbene convinto che la campagna sia un eden scevro da minacce e fastidi, una volta sul posto il turista è ossessionato dai pericoli o da quelli che egli presume essere tali. Sobbalza ad ogni fruscio (“…passa ma trema se senti un fruscio, forse è un segno d’addio che la vita ti dà…” diceva in fondo la sigla della Freccia Nera) come se ogni cespuglio potesse nascondere una tigre del Bengala, arretra terreo di fronte a una minacciosa lucertola, invoca aiuto se aggredito da un tafano, si lamenta a lungo con la direzione se un cane abbaia. Passeggiando sull’erba, prima di fare un passo esplora palmo a palmo ogni centimetro quadrato col bastone, per accertarsi che non vi si annidino cobra e serpenti corallo. Un faccia a faccia con quei pericolosi mostri che sono i pipistrelli potrebbe segnare la sua esistenza per sempre, fermo restando che a ciò potrebbe bastare anche un ragno, esseri terribili che infestano, contro ogni ragionevole previsione, le nostre campagne.
E la notte? Buia e tempestosa per definizione. L’ospite vuole il silenzio, quindi il canto dei grilli lo infastidisce. Ogni rumore risulta sinistro. Se c’è un temporale e manca la corrente – come può accadere ovunque, anche in città – difficilmente i vacanzieri sopportano lo stress di restare un paio d’ore nell’oscurità, tra le tetre ombre. Prefigurano scenari foschi da Mastino dei Baskerville.
Temono per sé? No, di solito temono per l’incolumità dei familiari, dalla moglie-virago al figlio adolescente alto due metri. E quindi giù ancora con le proteste, le rimostranze: “Piove, contadino ladro!”.

Ma quando è il momento di pagare…

vacanzieri foto-di-MyrabellaLa categoria più speciale dei vacanzieri è però quella dei furbi. Coloro, cioè, che ritenendosi più astuti degli altri e soprattutto del povero “contadino”, fanno carte false per ripartire strappando sconti da favola o addirittura senza pagare il conto. Ci sono quelli, ad esempio, che prima trascorrono una settimana di vacanza senza dire una parola e poi, al momento di partire, reclamano il fatto che nell’alloggio mancavano, che so, un letto o una stanza: da cui si desume che qualcuno dei distratti vacanzieri per sette giorni avrebbe dormito sul pavimento o in bagno, accorgendosi della lacuna solo sul filo di lana. Ci sono quelli che rompono tutto e mettono a soqquadro l’alloggio, nascondono i cocci e chiedono di saldare il dovuto la sera prima della partenza per scappare all’alba e non pagare i danni. Ci sono quelli che prenotano per due e poi si presentano con quattro figli, fingendo di aver creduto che i bambini alloggiano gratis. Ci sono quelli, ancora, che minacciano preventivamente il proprietario (…sono già stato tante volte in agriturismo, conosco l’ambiente…) e quelli che reclamano la semplicità della campagna ma scambiano la fattoria per un albergo ove rientrare a tutte le ore, telefonare a tutte le ore, arrivare a tutte le ore e pretendere servizi a tutte le ore. I più teneri di tutti, invece, sono i vacanzieri insicuri. Prenotano una vacanza agrituristica e pensano di andare a un corso di sopravvivenza per mercenari. E quindi arrivano armati di tenda, torcia, pentole, wc chimico, cucina da campo e scorta di viveri.
Più che alla campagna, forse pensano alla campagna di Russia.

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